Nel 1981 Franco Battiato cantava della ricerca di un centro di gravità permanente a cui ancorarsi, over and over again, nel turbinio frenetico di idee, immagini e impressioni nel quotidiano. Nel 2021 Luigi Patitucci, designer, critico e storico del design siciliano, utilizza lo stesso gioco di parole per fissare la latitudine e la longitudine di un punto di origine e moltiplicazione di idee, un centro di eccitazione permanente, per le forme e le icone del quotidiano. Per Patitucci non ci sono dubbi: le coordinate per raggiungere la terra del design, la favolosa Designland, ci portano nel cuore del Mediterraneo e ci fanno atterrare in Sicilia, infaticabile fucina creativa che da quasi due secoli a questa parte non ha mai spento né i motori, né l’ingegno. La traiettoria è tracciata in “Designland. Sicilia, stato d’eccitazione permanente”, excursus nella storia del design nell’isola dal 1850 fino a un quarto d’ora fa, riconoscibile in libreria dal prossimo settembre grazie alla sua copertina di geografie rosa.

«Lo stato di salute del design in Sicilia è oggi paragonabile a quello di un atleta olimpico, che può mostrarsi e competere con le migliori espressioni produttive provenienti da ogni latitudine del pianeta», spiega Patitucci, raccontando una realtà resa vitale e produttiva dalla fitta costellazione di Design Lab sparsi su tutta l’isola. Eccellenze produttive legate a singole aziende che, da circa dieci anni, sono state capaci di distinguersi in Italia e nel mondo.

«Una storia cominciata con i primi rudimentali approcci di avvicinamento, ingaggio e affabulazione da parte dei designer nella direzione di imprenditori. Un processo di più stretta collaborazione il quale, una volta consolidatosi, ha finito per rafforzare e consolidare la vicenda valoriale delle produzioni siciliane».

Attenzione però, e qui Patitucci è categorico, perché «non esiste un Sicilian Design». Nonostante il continuo fiorire di laboratori e produzioni locali d’eccellenza, non si può parlare di un vero e proprio design siciliano, dalle caratteristiche univoche e immediatamente riconoscibili. «Esiste soltanto il lavoro sapiente di individui che mettono in scena e in gioco il loro background, fatto da elementi di coscienza ed elementi di incoscienza, di consapevolezza e di inganno. Una matrice che si manifesta attraverso l’adesione incondizionata alle frequenze proprie di uno scenario, ambientale ed esistenziale. Se mai potesse esistere un design siciliano – continua – dovrebbe avere stretti confini culturali e muoversi entro rigide maglie costrittive per poter generare segnali univoci, semplici e riconoscibili, per poter cadere dentro le pressanti fauci del supermercato del preconfezionato, divenendo preda di appetiti inestinguibili».

Tuttavia, guardando indietro alla storia dell’isola, non è difficile imbattersi in oggetti unici e introvabili altrove. Oggetti che, da secoli, in maniera più o meno discreta, ritornano nel lavoro e nelle abitudini di ogni isolano. Utensili concepiti così bene, nella forma e nella meccanica, che a oggi non ci sembrano invecchiati di un giorno. «Sulla mia scrivania, da qualche decennio ho uno di questi oggetti, erede di quelle reliquie appartenenti a un glorioso passato, figlio del gioco sapiente di un artigiano del secolo scorso, nato da un saper fare manuale che è il patrimonio più grande che il nostro Paese possiede», racconta Patitucci. «Questo oggetto è lo spremiagrumi in ottone che viene ancora oggi utilizzato nei numerosi chioschi adibiti alla somministrazione di bevande a base di sciroppi di frutta e di essenze orientali, presenti nelle nostre città quale prerogativa peculiare del contesto territoriale proprio della costa orientale della Sicilia. Questo strumento, dal peso sorprendente, realizzato per sottrazione da un unico blocco di metallo da un vecchio artigiano ormai scomparso, coniuga sapientemente ergonomia e gradiente estetico. Se lo si osserva di profilo ha la fisionomia stilizzata di un uccello, e il suo peso serve a rendere meno faticoso per l’operatore la manovra della spremitura del limone, che viene ripetuta centinaia di volte al giorno».

Del resto, la Sicilia si è sempre contraddistinta come formidabile laboratorio di sperimentazione e innovazione. Patitucci fa l’esempio di Ernesto Basile, al quale si deve un primato nella storia del design italiano: fu lui, all’inizio del Novecento a firmare il primo mobile di design. Un apripista e uno sperimentatore che ha contribuito alla definizione e distinzione di un Made in Sicily all’interno di un già affermato Made in Italy.

«La Sicilia è stata e continua ad essere un innesto di pratiche e processi che emergono con rinnovata veste dal nobile e sapiente lavoro condotto da millenni da abilissimi artigiani. Un mondo irresistibile e seducente, che ha catalizzato l’attenzione e il desiderio dell’utenza planetaria». 

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