Al festival Mare Liberum anche un confronto sulla libertà d’espressione. Giuseppe Di Fazio: «Non siamo più capaci di osservare la realtà che ci circonda», Dario Montana: «Bisogna combattere la mentalità mafiosa prima che si insinui tra i giovani»

Nell’era dei social e della globalizzazione non si dovrebbe più parlare di barriere, ma paradossalmente sembra che queste oggi stiano nascendo nuovamente. Il muro non è più visto come un limite da oltrepassare per essere liberi, ma come una barriera protettiva: siamo noi stessi a decidere di vivere isolati nelle nostre “bolle” per sentirci al sicuro, decidendo chi e cosa fare entrare o meno. Non sempre infatti siamo pronti ad accogliere tutte le notizie che circolano intorno a noi, portatrici di scomode verità: il 3 maggio si celebra il “World Press Freedom Day”, con cui si ricorda l’importanza della libertà di stampa, tuttavia questa ha subìto un notevole calo nell’ultimo anno e molti giornalisti sono stati arrestati. Innalzare un muro significa anche questo: nascondersi e non essere capaci di vedere e accettare la realtà. Su questi temi si è svolta la conferenza “Comunicare oltre i muri”,  che ha visto dialogare Salvatore Carrubba (editorialista), Giuseppe Di Fazio (“Fondazione Domenico Sanfilippo Editore”), Dario Montana (“Libera contro le mafie”) e Nino Arena (giornalista). L’incontro, moderato da Andrea Lombardo e contestualizzato all’interno Festival “Mare Liberum” si è svolto presso la sede del Rettorato dell’Università di Catania.

UN MURO TRA NOI E LA REALTÀ. «Non siamo più capaci di osservare la realtà che ci circonda: a livello globale la prova è data dalle elezioni di Trump, che nessuno aveva previsto. A livello locale basta rendersi conto di come qui a Catania nessuno fino a poco tempo fa avesse mai notato la presenza di diecimila ragazzi privati per sedici mesi della possibilità di frequentare i corsi di formazione professionale. Perché qualcuno si occupasse di tale problema, è stato necessario calcolare l’altissimo costo sociale provocato proprio da questa mancanza». A queste parole, pronunciate da Giuseppe Di Fazio, ha fatto eco Dario Montana: «La mafia è una cultura dilagante, non bastano le mura del carcere per frenarla: occorre andare oltre questa mura e instaurare un dialogo prima che la mentalità mafiosa si insinui nei giovani. Per questo motivo i corsi di formazione professionale sono un’ottima difesa».

L’INFORMAZIONE MIRATA. In una società dove le notizie circolano rapidamente, il muro si rivela uno strumento di difesa anacronistico, tuttavia proprio un mezzo che dovrebbe contribuire ad abbattere le barriere finisce invece per innalzarle: il web. Come ha osservato Salvatore Carrubba, internet ha talvolta manipolato l’informazione attraverso le notizie mirate a determinati utenti grazie a complessi algoritmi che tengono sotto controllo le nostre ricerche. «Con l’informazione mirata, – dice Carrubba – non c’è più il lettore che acquista il giornale e lo sfoglia, ma siamo portati a leggere solo le notizie di nostro interesse e innalziamo un muro di intolleranza contro tutto ciò che non rientra nelle nostre preferenze. Se per esempio una persona xenofoba cercasse sempre sul web notizie di tipo razzista, il suo razzismo verrebbe alimentato dall’informazione mirata».

UN’ISOLA SENZA BARRIERE. A proposito di razzismo, osserva Nino Arena: «Viviamo in un’isola al confine dell’Europa, non possiamo innalzare barriere contro i migranti, i muri vanno inevitabilmente abbattuti. Spesso si inveisce contro di loro, “invasori della nostra terra”, ma in realtà molti non sanno neppure quanti siano veramente». Proprio per evitare situazioni del genere, in cui persino le donne migranti perdono ogni traccia dei propri mariti, Montana ha rilevato la necessità di affrontare apertamente il problema dell’immigrazione: «Prima di essere un’emergenza umanitaria, l’immigrazione è un’emergenza politica e come tale deve essere affrontata».

FAKE NEWS E PROFESSIONALITÀ. Ad alimentare odio e intolleranza sono anche le fake news, difficili da smontare quando ormai l’opinione pubblica le ha assimilate. «Con i social è impossibile frenare la diffusione di notizie, – osserva Carrubba – per questo sarebbe necessario un giornalista professionista capace di captare solo le informazioni affidabili e guidare la massa nel labirinto del web. La televisione in questo senso potrebbe dare una mano, ma in realtà proprio tv e giornali stanno facendo lo stesso errore: essi inseguono le notizie, le divulgano con rapidità, ma più che di quantità c’è bisogno di qualità. È da qui che si vede il valore aggiunto del buon giornalista, dalla capacità di far riflettere sulla notizia in modo da riacquistare la fiducia dell’opinione pubblica».

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