«Leggere José Ortega y Gasset è come fare un viaggio all’interno delle parole, e attraverso le parole, all’interno della vita». Giulia Gobbi, 33 anni, ricercatrice catanese in Filosofia all’Universidad Complutense di Madrid, ha proprio ragione. La penna di Ortega y Gasset è nuvola leggera e bisturi tagliente: ti scava dentro senza elucubrazioni per poi portarti ad alta quota a respirare l’aria fresca e salubre della Filosofia. Lo sa bene lei che, dopo la laurea a Catania, con tesi in Erasmus in Spagna, non ha mai abbandonato la passione per il più importante pensatore spagnolo del XX secolo. «Finiti gli studi ho fatto tanti lavori che con il mio percorso non c’entravano nulla, ma mi è sempre stato chiaro che dovevo andare fino in fondo alle mie passioni. Avevo letto un libro di un fenomenologo spagnolo che mi aveva colpito: lo contattai e gli chiesi di essere il mio relatore qualora avessero accolto la mia candidatura per il dottorato a Madrid». Oggi, Agustín Serrano De Haro non è solo il suo relatore ma anche l’autore della prefazione del suo primo volume. Si chiama “Il corpo tra symbolon e psyché” (Maltemi 2022) e raccoglie cinque saggi di Ortega y Gasset, analizzati e tradotti proprio da Giulia, due dei quali inediti in italiano. Ce ne ha parlato in vista della presentazione del libro che avverrà il 30 novembre all’ex Monastero dei Benedettini di Catania.

Com’è stato tradurre il filosofo spagnolo più influente del ‘900?
«È già un’emozione studiarlo da ricercatrice nella stessa università dove lui stesso insegnò. Tradurlo è stato un bellissimo dialogo. Ortega è accessibile: tutti lo capiscano. Lo amo perché cerca di parlare a tutti e questo deve fare la filosofia. E amo anche la lingua spagnola, ricca di sfumature di significato e di rimandi al nostro siciliano».

Cosa ti ha spinto a coltivare la filosofia e, in particolare, il pensiero di Ortega y Gasset?
«La Filosofia è un sapere che implica pensiero. Pensare fa paura perché significa mettersi in discussione. Il filosofo spagnolo ci insegna a pensare per vivere e non vivere per pensare: la sua è una filosofia volta al fare, all’essere presente nella propria vita, a capire perché siamo qua e farlo al meglio. Del resto, amava ripetere: “Se non ora, quando?”».

Giulia Gobbi con una copia del libro

Cosa vuol dire “Il corpo tra symbolon e psyché”, titolo del tuo volume?
«Il titolo racchiude diversi elementi importanti che emergono gradualmente dalla lettura dei cinque saggi che ho scelto di tradurre e raccogliere in questo libro: si tratta di Vitalità, anima, spirito (1924), Aspetti dell’amore (1926), La percezione del prossimo (1929), Le due grandi metafore (1924) e Sull’espressione, fenomeno cosmico (1925). In essi apprendiamo che il corpo umano rispetto ad altri corpi è qualcosa di più: è simbolo (symbolon), cioè ricettacolo che accoglie dimensione corporea e dimensione psichica; ma è anche psyché, cioè anima, spirito o coscienza che si incarna nel corpo e si manifesta attraverso il linguaggio del corpo che è, appunto, simbolico. Tramite il corpo esperiamo la nostra vita: sentiamo e proviamo emozioni che su di esso si iscrivono (i cosiddetti fenomeni psicosomatici). La filosofia del Raziovitalismo di Ortega supera l’antico dualismo fra materialismo e spiritualismo».

È quindi una lettura metafisica del corpo?
«Per capirlo ci viene in aiuto la metafora del bosco che il filosofo descrive in Meditazioni del Chisciotte del 1914. Dinanzi al bosco gli occhi si fissano sui primi alberi al di là dei quali si estende tutta la sua superficie. Il bosco sfugge al nostro sguardo, “si nasconde” dietro gli alberi, ma rimane presente. Come il bosco, il corpo non finisce dove finisce il nostro sguardo».

Puoi spiegarci meglio?
«Tra superficie e profondità c’è un mutuo gioco. Il corpo è la manifestazione dell’intimità dell’Io e di questa intimità nascosta ne porta i segni. Per questo la risata o il pianto non saranno mai uguali in due volti diversi: sono gesti che simboleggiano quell’intimità, la lasciano intravedere. Il corpo è metafora: come questa, porta con sé un senso che arricchisce la parola, disegna l’esserci. La vita è metafisica, ma non in senso trascendentale».

Un ascolto più cosciente del corpo può aiutarci a recuperare la relazione con gli altri?
«L’anima non è un recinto blindato, non siamo monadi: non possiamo fare a meno dell’altro. Grazie al corpo riusciamo ad entrare in relazione con l’altro e con noi stessi. Anni fa scrissi una canzone, ‘A ucca l’amma. Mi ero da poco laureata, era un periodo difficile della mia vita e accusavo sempre dolore alla bocca dello stomaco: capii che era il mio corpo, mi parlava, mi invitava ad ascoltarmi. Sono convinta che il corpo sia l’epicentro della nostra anima: sotto si scatenano scosse continue, l’anima manda vibrazioni e il corpo le recepisce mostrandocele se le sappiamo vedere e ascoltare».

Cosa ci insegna oggi Ortega y Gasset?
«A recuperare la dimensione corporea. Oggi, a causa del digitale, la comunicazione è sempre più decorporeizzata. Ma il corpo è comunicazione. Sentirci solo per telefono o pc non può essere l’unica alternativa. È interessante che proprio Ortega ci aiuti a capirlo, lui che non è un filosofo che parla del corpo ma che parla anche del corpo».

Cosa diresti a chi approccia oggi lo studio della Filosofia?
«Mentre studiate imparate una lingua, provate l’Erasmus, prendete contatti con l’estero e non arrendetevi a chi dice che non c’è nulla per voi: credeteci fino in fondo e mettetevi in gioco».

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