Il direttore dell’Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali del Cnr racconta le attività che legano l’Ente alla città etnea. «Abbiamo concentrato le nostre ricerche su Catania e ricostruiremo digitalmente tutta la città antica. L’Anfiteatro romano di piazza Stesicoro? Il nostro modello di gestione offrirà lavoro ai giovani»

Come cambia il modo in cui un ente di ricerca interagisce con la città che lo ospita? In che modo l’archeologia può influenzare la percezione del nostro presente e dei contesti che viviamo ogni giorno? Di questi e altri temi abbiamo parlato con Daniele Malfitana, archeologo e direttore dell’Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali (Ibam) del Cnr, una delle realtà più interessanti che operano sul territorio nazionale e che ha la sua sede centrale proprio all’ombra dell’Etna. «In passato – spiega il professore – gran parte delle nostre attività si è svolta in paesi come Turchia, Albania e Grecia. Negli ultimi anni ho cercato di cambiare le coordinate di questa nostra missione, ponendo l’attenzione non solo sui paesi del Mediterraneo, ma anche su Catania, che è un centro dal grande contenuto culturale». Dall’istituzoione del “Living Lab” al “Gate” presente in Aeroporto, dove le attività dell’Ente vengono divulgate grazie alle nuove tecnologie, fino alle iniziative svolte all’Anfiteatro Romano di piazza Stesicoro, come la recente presentazione del volume del grande archeologo Andrea Carandini, l’Ibam tassello dopo tassello sta dando un contributo non solo alla conoscenza archeologica del capoluogo etneo, ma anche alla percezione stessa della città da parte dei suoi abitanti.

Professor Malfitana, cos’è il progetto Open City? E in che modo esso può essere fruito dagli utenti?
«La prima domanda che ci siamo posti, nell’approcciare questo nuovo modo di condividere le ricerche con il grande pubblico è stata: come gestire il patrimonio culturale della città attraverso l’uso delle nuove tecnologie? L’idea di fondo del progetto “Open City” è stata quella di una grande banca dati accessibile a diversi livelli. In altre parole, ciascun utente, che sia un ricercatore, un giornalista o un appassionato, può interrogare il sistema secondo le sue esigenze. Lavorare a questo progetto, poi, ci ha consentito di porre particolare attenzione su alcuni punti nodali della città».

In questo senso, come stanno procedendo le ricerche sul centro storico?
«A Catania ci troviamo di fronte a due città poste l’una sopra l’altra. Nonostante esse convivano perfettamente, i cittadini hanno pochissima contezza della città antica, ovvero quella antecedente al 1693. In questo momento stiamo acquisendo, mediante l’uso di un laser scanner, tutto il patrimonio archeologico sotterraneo con l’intenzione di ricosturire digitalmente la città antica».

Quale sarà l’impatto di questa ricostruzione tridimensionale?
«Uno degli è verificare l’estensione della città antica. Quando pensiamo alle Terme Achilliane, all’Anfiteatro o al complesso dei Benedettini, non li percepiamo in una corretta visione spazio tempo poiché la città moderna sovrasta gran parte di quella antica. Ricostruire un’immagine precisa ci offrirà opportunità straordinarie, sia dal punto di vista scientifico, sia da quello dell’impatto sul cittadino, che prenderà piena coscienza di dove sta realmente vivendo».

Aiutare il cittadino a prendere piena coscienza dei propri monumenti è stata anche una delle idee alla base delle vostre iniziative all’Anfiteatro Romano di Piazza Stesicoro. Com’è nata l’idea di chiedere in gestione quello spazio?
«Quando ci siamo avvicinati per la prima volta al monumento per svolgere le nostre ricerche siamo rimasti molto delusi dalle condizioni in cui verteva. Oltretutto ci siamo accorti che la sera, spente le luci, esso entrava nel buio più totale, diventando praticamente invisibile ai passanti. Era necessario renderlo di nuovo vivo, così è nata l’idea – provocatoria poiché il nostro lavoro rimane sempre quello di ente di ricerca – di chiederlo in gestione alla Regione. Lo riconsegneremo assieme a un modello di gestione virtuoso: il punto nodale è che un luogo come quello non solo può essere cornice per momenti d’inclusione, ma può anche essere una concreta possibilità lavorativa per i nostri giovani»

In che modo, esattamente?
«Da quando abbiamo in gestione l’Anfiteatro abbiamo organizzato 41 appuntamenti che hanno coinvolto quasi 2.500 visitatori. Se ciascuno di essi avesse pagato un biglietto, anche solo di cinque euro, ne sarebbe venuta fuori una certa cifra. Allo stesso modo, se le guide che abbiamo realizzato fossero state distribuite a pagamento, avremmo avuto un altro introito. Una programmazione ben studiata potrebbe portare a guadagni tali da garantire il sostegno economico di una micro impresa. Se replicassimo il modello per più monumenti, penso ad esempio alle Terme dell’Indirizzo, ciò potrebbe dare un vero contributo alla riduzione del precariato delle nuove generazioni».

Non si correrebbe il rischio della privatizzazione di un bene pubblico?
«No, perché la Regione manterrebbe la titolarità sul monumento, ma la parte di fruizione e valorizzazione verrebbe affidata in via temporanea a un’impresa, che avrebbe tutti gli oneri e gli onori della cura di quel luogo. L’esperienza, infatti, ci ha insegnato che una gestione condivisa non sempre funziona. Ad esempio, il nostro accordo prevedeva che la Regione fosse delegata alla pulizia del monumento, ma ciò non è stato possibile per mancanza di fondi. Se, invece, un’impresa avesse in gestione la totalità degli aspetti, compresa la manutenzione ordinaria, avrebbe il forte interesse a tenere il monumento più pulito possibile».

Anfiteatro Romano di Catania (foto Danilo Pavone Ibam Cnr)

Ma sarà in grado questa impresa, con i soli introiti di visite e iniziative, di sostenere i costi di manutenzione e nuove iniziative? E poi, se la Regione fosse sollevata da tutti gli oneri, non si rischierebbe di rendere inutili gli attuali custodi?
«Una prospettiva che aiuti la sostenibilità potrebbe arrivare dagli investitori: ad esempio noi abbiamo potenziato l’apparato d’illuminazione dell’Anfiteatro grazie a un contributo del Kiwanis, che ci ha donato tre grossi fari. Allo stesso modo, la stamperia braille ha donato all’Anfiteatro una mappa per non vedenti. Il mecenatismo è un vantaggio sia per l’impresa, sia per colui che investe, che ne ha un ritorno in immagine. Per quanto riguarda i custodi, invece, sarà necessario studiare una soluzione, probabilmente destinandoli a nuove mansioni o magari coinvolgendoli nelle nuove attività, previa compatibilità di orari».

Nel rinnovo della vostra convenzione con la Regione, che scadrà a dicembre, si parla anche della riqualificazione dell’area archeologica sotto via Crociferi. Di cosa si tratta? E a che punto sono i lavori?
«Quel percorso sarà un’ulteriore tappa nella conoscenza della fisionomia della città. La zona di via Crociferi, sul modello di tradizione delle grandi città ellenistiche, ospitava molte case che sfruttavano il sistema di declinio delle colline per una costruzione a terrazze, con una grande vista panoramica della città. Gli scavi, avvenuti tra gli anni ’80 e ’90, hanno fatto emergere musaici e resti di fontane monumentali, ma saranno necessari degli interventi per rendere il percorso fruibilie. Ci stiamo lavorando».

Anfiteatro Romano di Catania (foto Danilo Pavone Ibam Cnr)