L’arte del compromesso, dinanzi alle follie della guerra, è sempre destinata a soccombere. Se questa constatazione è quanto mai valida per ciò che concerne la diplomazia, lo è altrettanto prendendo in esame il mondo della comunicazione. Di guerra, infatti, si parla spesso senza contezza della misura adeguata. Lo si fa, da un lato, in maniera eccessiva, spropositata, scolpendo nella pietra della supponenza giudizi, sentenze e certezze anche quando sarebbe più indicato semplicemente, ed umilmente, ascoltare. Ma questo, tutto sommato, almeno quando si possa catalogarlo come il frutto di un comprensibile eccesso di zelo, di una scossa emotiva che spinge un po’ tutti a manifestare in buona fede la propria vicinanza e la propria opinione su fatti di interesse collettivo, è un peccato perdonabile. Ma è l’altra faccia della medaglia a farci scorgere la vera colpa irreparabile. Quella per cui di guerra non si può e non si deve parlare. Quella per cui il massacro di civili indifesi rifugiati in ospedali e teatri viene appellata come operazione militare speciale. Quella per cui, mentre in giro per il mondo sventolano bandiere che inneggiano alla pace e si boicottano gli eventi nei paesi belligeranti per non finanziare le risorse belliche, si procede imperterriti alla disputa di una corsa automobilistica in un circuito del Medioriente sito a pochi km dal lancio di missili, perché non sia mai che dopo quello russo venga a mancare anche il petrolio degli sceicchi così attenti ai diritti umani da essere in guerra da quasi un decennio nel silenzio generale. Forse è questo, il punto: la guerra fa ribrezzo, ma solo quando e se conviene. Così è stato e così sempre sarà. Ne seppe qualcosa Federico De Roberto, che sperimentò sulla propria pelle di letterato gli effetti di una censura “a singhiozzo”. Lui, che nel 1918 si era reso protagonista di un’orazione velatamente giustificazionista del primo conflitto mondiale senza destare chissà quale scandalo, fu poi respinto quando, attraverso uno dei più grandi racconti del ‘900, ne denunciò il brutale, insensato volto.

Appena tre anni dopo, infatti, lo scrittore vide il testo La paura rifiutato dal “Corriere della Sera” prima che Rizzoli acconsentisse alla pubblicazione sulla rivista Novella. Renato Simoni, allora direttore del supplemento del quotidiano, scrisse che quella «magnifica novella» non era affatto pubblicabile. Un marchio di sconvenienza che il racconto si portò dietro a lungo e che fu parzialmente attenuato nel 2014 – l’anno del centenario dall’inizio della Prima guerra mondiale – grazie a Edizioni E/O e al genio di Ermanno Olmi, che lo utilizzò come soggetto del suo ultimo lungometraggio Torneranno i prati. Ma cosa lo rese tanto inviso agli occhi dell’ipocrisia benpensante dell’epoca? Probabilmente l’invito spassionato alla dissidenza. La storia del veterano Morana, tra le aspre trincee del fronte di resistenza contro gli austro-ungarici, non è che questo: la profonda, commovente, disperata ribellione contro il male incarnato da ogni conflitto. Il protagonista, infatti, dopo aver assistito al trucidamento dei propri compagni intenti a raggiungere una postazione di avvistamento per monitorare i movimenti nemici, viene scelto dal Tenente Alfani per portare a termine la missione. Ma la risposta è secca e spiazzante.

«Signor Tenente, io non ci vado». Alfani avvampò. Appuntandogli un dito contro il viso terreo e avanzandosi d’un passo, esclamò: «Tu? Sei tu che ti neghi? Un valoroso come te? O non sei più il Morana del Passo dell’Antenna e del Casello di Breno? O non sei più quello che ha visto faccia a faccia i diavoli di Libia e li ha fatti scappare?». Improvvisamente, il soldato fu preso da un tremore che dalle mani e dalle braccia si diffuse a tutta la persona. Ed anche Alfani rabbrividì, mentre per l’aria ghiacciata stillavano le prime gocce di neve strutta. Con più duro sforzo, con voce velata dalla commozione, Alfani riprese: «E forse che non siamo qui tutti per dare la nostra pellaccia? Non ci siamo preparati tutti a crepare, dal giorno che partimmo? Vuoi proprio mettere con le spalle al muro il tuo tenente che ti vuol bene, che vi vuol bene tutti, che darebbe la sua vita per quella dei suoi ragazzi? Gli ordini, li sai? Lo sai, che io debbo eseguirli?». Improvvisamente gli occhi di Morana lampeggiarono, mentre il corpo si torceva per sottrarsi alla stretta: «Ecco… così…» E prima che nessuno avesse tempo di comprendere che cosa volesse dire, che cosa stesse per fare, corse lungo il fosso, fino al cunicolo, si chinò ad afferrare il moschetto, ne appoggiò al ciglio di fuoco il calcio, se ne appuntò la bocca sotto il mento, e trasse il colpo che fece schizzare il cervello contro i sacchi del parapetto».

Il più grande atto libertario coincide con quello più straziante. La guerra è un’assurda spirale di orrori che ne chiamano altri. Spinge pedine sgomente e svuotate di ogni autonomia ad annientare gli altri e poi ad autoannientarsi nell’estremo tentativo di riscoprirsi in qualcosa che non sia un crimine efferato. Ed è assurda perché tenta continuamente di infiltrarsi nei nostri silenzi, di restare sepolta sotto le macerie che lei stessa ha provocato, di celarsi dietro fantomatiche denominazioni, di soffocare le voci che l’hanno maledetta al punto da farle passare per inesistenti, per inusuali e maledetti inconvenienti. Maledetti come la novella di De Roberto.



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