«La Seconda prova scritta no!». Nei mesi scorsi, l’opposizione delle studentesse e degli studenti italiani alla decisione del Ministro dell’istruzione, Patrizio Bianchi, di ripristinare almeno una seconda prova scritta per gli Esami di stato non poteva essere più esplicita.

Benché, diversamente dalla prima prova, decisa dal Ministero, la scelta della seconda fosse affidata alla responsabilità dei docenti interni delle materie di indirizzo dei vari istituti, il rischio che si evidenziasse un gap tra la percezione “a distanza” della preparazione degli alunni e la realtà effettiva rappresentava effettivamente un’insidia troppo grande all’interno di un percorso già travagliato.

Sebbene la protesta fosse prevedibile e anche un po’ scontata, dopo due anni di Dad, di riprese a singhiozzo, di ricadute, di Google-traduttore a portata di click e di copie conformi delle esercitazioni a intasare le chat, chiedere ai ragazzi di fare improvvisamente sul serio poteva sembrare condurli su un terreno minato.

Nel mio Liceo classico, l’indirizzo è affidato a una versione di latino.

Stretti tra Lucrezio e Seneca, la sorte è infine caduta sul filosofo stoico e politico di rango, Lucio Anneo Seneca, vissuto nel primo secolo dell’era cristiana. Il titolo dell’opera da cui la versione è tratta è rassicurante: “De tranquillitate animi”.

Ha inizio la prova. I ragazzi accolgono la comunicazione dell’autore sorteggiato con sollievo. Tra i banchi disposti in fila indiana, gli sguardi si incrociano nella conferma: è andata bene! Durante la correzione del giorno seguente, invece, lo sguardo della mia collega di latino si perde nel vuoto mentre, reclinandosi indietro sulla sedia, davanti alla pila dei compiti corretti esclama sconsolata: «No, non è possibile che abbiano fatto questi errori».

L’insegnante dell’altro corso, inizialmente, è più serena. Correggendo per prime le prove degli alunni dai quali si attende di più, dal tipo di traduzione e dalle domande di comprensione riconosce la capacità di comunicare senza fronzoli, diretta all’essenziale, di Matteo (nome di fantasia); la perfezione un po’ scolastica di Francesca il cui approccio ai temi trattati è ancora tutto della mente e non ancora dell’esperienza; la tensione alla profondità di Valentina, a cui le circostanze della vita hanno già riservato di affrontare la prova del dolore.

Sono stupito da quanto queste insegnanti siano capaci di ricavare da una semplice traduzione.

Al di là dell’esito, forse, e ben oltre le intenzioni del Ministro, la prova più temuta si è rivelata, almeno nella mia scuola, un’occasione per ricordare a questa giovane umanità, attraverso le parole di un grande uomo del passato che della vita ha percorso gli ampi viali del consenso e gli impervi sentieri dell’ostilità, che il compimento della propria umanità non dipende dalle circostanze, che se non è percorribile ”la carriera militare, allora ci si candidi alle cariche pubbliche” se si è “costretti al silenzio, si offra una tacita assistenza ai concittadini”.

Davanti all’ansia che l’accesso al percorso universitario prescelto determina nei ragazzi e, forse soprattutto, nelle loro famiglie, come se da esso dipendesse esclusivamente il loro valore presente e la loro realizzazione futura, la scuola si ostina a ricordare a chi ci vive di “non chiudersi all’interno delle mura” del proprio individualismo e nell’immagine, sempre un po’ angusta, della realizzazione di sé, ma di avere come orizzonte “il mondo intero”, offrendo alle proprie “virtù un campo più vasto”.

Ognuno, infatti, – ha scritto pressappoco una nostra maturanda facendo sue le parole di Seneca – proprio in quanto uomo, può giovare agli altri in ogni parte del mondo, secondo le possibilità che il caso gli offre e che per lui ha stabilito: sia che si trovi fra le mura di casa propria, sia fra le fila più remote di un esercito.

Non me l’aspettavo. Affidata alla responsabilità dei suoi docenti, la scuola sorprende quando continua a parlare all’umano che c’è in chi ne affolla le aule e i corridoi. E i ragazzi ascoltano e capiscono.

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