Dimenticare la Sicilia è come morire: parola di Pirandello

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Si può fare della vita una recita dove persino la propria identità viene camuffata e gettata nell’oblio? Può un siciliano emigrato e arricchito fare a meno delle proprie autentiche radici? E coloro che si aggrappano al passato sono davvero destinati a fallire? Una commedia dello scrittore agrigentino può darci la risposta

Si può rimanere tanto ancorati ad un ricordo al punto da innamorarsene? Vedere la realtà con gli occhi di chi non ne percepisce il mutare ma ne vede soltanto la sostanza passata? La letteratura ci ha più volte insegnato che sì, è possibile. Siamo uomini, del resto: riversiamo il nostro affetto su un luogo, su un volto, su una situazione, e culliamo questo personalissimo insieme di frammenti così convintamente e disperatamente che vorremmo ingabbiarli in un tempo senza fine, in un dipinto che non perisca, che non si corroda. È la nostalgia di ciò che ci ha reso felici, di una sensazione pervasiva e incantata. Il popolo siciliano la conosce bene, quella sensazione, ma altrettanto fortemente conosce il sentimento che segue alla sua privazione, all’attimo in cui questa viene strappata e calpestata, resa irriconoscibile dal passare dei giorni, dei mesi, degli anni. Pirandello aveva particolarmente a cuore questo tema, tant’è che gli dedicò una delle sue prime commedie.

Correva l’anno 1910 e a vedere la luce del palcoscenico era Lumie di Sicilia, un atto unico che si proponeva di trasporre una novella pirandelliana dal medesimo titolo. Protagonisti sono l’umile Micuccio, suonatore di ottavino nella banda locale del proprio paesino, e la timida Teresina, dotata di un talento canoro straordinario ma poco appariscente, e per questo da nessuno notata. Proprio grazie ai sacrifici del musicista la fanciulla riuscirà ad affinare la propria tecnica studiando e a diventare una diva ammirata in ogni dove e conosciuta con il nome d’arte Sina. Quando, però, a distanza di tempo il povero Micuccio intende farle una visita a sorpresa nella sua nuova e sfarzosa dimora settentrionale, portando come dono i tipici agrumi nostrani che danno il titolo alla rappresentazione, egli scoprirà un’amara verità: la Teresina che conosceva non esiste più. Divenuta fredda, acida e saccente, ha dimenticato tutto il bene ricevuto, le proprie origini, la fatica di una vita poco agiata. E all’incredulo Micuccio non resta che constatare dimessamente con l’afflitta madre di lei: «Ah, lei dunque… lei non è più degna di me. Basta, basta, me ne vado lo stesso…anzi, tanto più, ora… Che sciocco, zia Marta: non l’avevo capito! Non piangete…Tanto che fa? Fortuna, dicono…Fortuna…». Proprio a zia Marta saranno donate le lumie, simbolo di un legame spezzato, che può ricomporsi solo di fronte a qualcuno che ne colga l’importanza. Quel qualcuno non può più essere Teresina, che ha rinnegato sé stessa e la Sicilia in nome di un’identità che intimamente non le appartiene, in nome di lustrini e paillettes destinati a spegnersi rapidamente, ma l’anziana zia Marta, memoria di un passato che finisce ma non muore, che si riproduce, conservandosi, nei veri siciliani.

Il peccato di Teresina, dunque, non è soltanto l’ingratitudine per quel Micuccio senza il quale non avrebbe avuto la sfavillante carriera intrapresa, né solo lo scorbutico trattamento riservato al vecchio amico, trattato alla stregua di un estraneo, di un cenerentolo non meritevole di considerazione. L’atto sacrilego di cui la ragazza si macchia è il rifiuto delle lumie, che equivale al rinnegamento di ciò in cui ha sempre creduto, di un immaginario isolano che sul concetto di dono, di supporto, di disinteresse ha fondato la sua vividezza, di un patrimonio di conoscenze e consapevolezze inimitabile. Per questo Micuccio, andandosene crucciato e lasciando le lumie ad un altro destinatario, ribalta la scena e il suo significato: non è lui ad essere indegno della nuova condizione elevata di Teresina, della sua raffinatezza e della sua ricchezza, ma è quest’ultima a non reggere più il confronto con la munificenza morale del musicista, che incarna un intero popolo strenuo difensore delle proprie inalienabili radici. Sono davvero felici gli emuli di Teresina? Si può recitare perennemente il ruolo di chi, in realtà, non si è? La vita è un grande teatro, certo; ma non spogliarsi mai dai panni dell’attore finisce per scindere l’anima del portatore della maschera, per procurargli un vuoto insanabile: il vuoto di inautenticità. Che si acquista soltanto facendo i conti con i propri ricordi, accettandoli costruttivamente come i mattoni dell’edificio della vita. Il passato, per un siciliano lontano e finalmente fortunato, non è una pagina da strappare, ma il sostegno su cui si regge il futuro.

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