Domenico Quirico:
«La Grande Migrazione è una rivoluzione che ci fa vedere il nostro volto»

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L’inviato del quotidiano La Stampa ha presentato il suo ultimo libro, “Esodo”, in un incontro con gli studenti dell’Università di Reggio Calabria

«Abitanti di un mondo in declino, trepidiamo soltanto per la nostra ricchezza, proprio come i popoli vecchi, le civiltà al tramonto. E non ci accorgiamo che nelle nostre tiepide città in cui coltiviamo la nostra artificiale solitudine, vi sono già alveari ronzanti, di rumore e di colore, di preghiera e furore. Il mondo di domani». L’analisi del fenomeno migratorio e del suo impatto sull’Occidente fatta dal reporter de “La Stampa” Domenico Quirico nel suo ultimo volume, “Esodo: storia del primo millennio” (Neri Pozza Editore, 2016), rappresenta per tutti noi – ma soprattutto per i giovani – un importante spunto di riflessione sul nostro futuro. In questo senso, l’incontro che il giornalista ha recentemente tenuto in videoconferenza con gli studenti dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria assume un valore del tutto particolare. Durante l’evento, condotto dal prof. Salvatore Di Fazio e promosso dalla Biblioteca del Dipartimento di Agraria, si è svolta una intervista collettiva, di cui vi proponiamo la trascrizione.

Qual è la genesi del libro e in che senso, così come vi viene detto nel capitolo introduttivo, le migrazioni cui assistiamo richiedono una nuova narrazione?
«Il libro ha a che fare con la mia esperienza di giornalista. Da inviato, sono stato per anni in posti come Mali, Somalia, Congo, Ruanda, Libia, Siria, giusto per dirne alcuni. Il racconto di Esodo è quello delle storie e delle persone che ho conosciuto, dei migranti di cui ho condiviso il viaggio. La migrazione è un’esperienza difficilmente descrivibile e narrabile se non partecipandovi, almeno in parte. Non la si può osservare da lontano, scrivendo da dietro un tavolo, né narrarla andando a intervistare quelli che sbarcano sulle nostre coste, quelli che per così dire ce l’hanno fatta. Essi non ti dicono tutto – non per omertà o menzogna, ma per pudore, perché molto di quel che hanno vissuto o visto è indicibile, inenarrabile. Di tanti altri, della loro sorte, non si sa niente. L’attraversamento del Mediterraneo, ancorché drammatico, non è che la minima parte del viaggio: la si misura in ore, giorni. Ma tutto il viaggio che c’è stato prima dell’attraversamento è inimmaginabile e in molti casi dura tre, quattro, cinque anni. La persona che arriva non è la stessa persona che è partita. Lungo il cammino si è spogliata di tutto. E quello dei migranti, è un vero e proprio popolo a sé stante. Ne vediamo arrivare da noi un numero molto piccolo, ma nel mondo se ne stimano almeno 100 milioni. È il popolo della Grande Migrazione»

«L’attraversamento del Mediterraneo non è che la minima parte del viaggio: ciò che c’è stato prima dell’attraversamento è inimmaginabile. Quello dei migranti, è un vero e proprio popolo a sé stante»

In che modo la migrazione interpella le nostre società, in Europa e in Italia?
«La migrazione è un fenomeno rivoluzionario. Lo è perché determina lo smascheramento dell’ipocrisia di quello che dipingiamo come “il nostro mondo”, rivelandolo come un mondo di cartapesta, finto. È un mondo nel quale ci dichiariamo profeti di una certa condizione della storia, difensori dei diritti umani e della centralità dell’individuo, ma quando i migranti hanno bussato alla nostra porta si è dimostrato che non siamo quel che diciamo di essere. Accogliamo i migranti indossando i guanti di gomma e la mascherina, cosa che normalmente non facciamo neanche con le bestie. La paura della contaminazione. Se noi siamo così, se non riusciamo a rispondere in modo politico, organizzativo, strutturale, sociale all’arrivo di decine di migliaia di individui – non di milioni – se noi che siamo in Europa 550 milioni di persone che vivono in modo relativamente decente non riusciamo ad accoglierne altre 200mila, allora vuol dire che tutto è falso, non c’è nulla di vero in ciò che proclamiamo. È in questo senso che la migrazione finisce per essere rivoluzionaria: è lo smascheramento della bugia. Fa emergere verità che cerchiamo invece di nascondere».

La copertina del libro

In diverse occasioni lei ha detto che i veri nemici dei migranti, forse più di quelli che erigono muri, sono i loro “falsi amici”. Può spiegar meglio chi sono costoro?
«Con i migranti c’è un sacco di gente che fa affari d’oro, in tanti modi, dallo scafista – che lo fa in modo evidente ed è stramaledetto – a coloro che si occupano della cosiddetta “accoglienza” e mettono su attività economiche che permettono di rimpinguare il conto in banca utilizzando i migranti come il materiale delle attività stesse. Questi ultimi non sono diversi dagli scafisti. C’è, anche nel nostro paese, una speculazione economica sul migrante. E c’è la speculazione politica. C’è la speculazione di coloro che a parole si proclamano apostoli della misericordia e poi aggiungono la parolina ma seguita da tre puntini, dietro cui c’è la negazione pratica della misericordia stessa, il suo sfruttamento politico».

Un esempio?
«Giusto per fare nomi e cognomi: il passato governo – di quello presente non parlo, perché non si è ancora capito che vuol fare – ha utilizzato i migranti come merce di scambio verso l’UE, barattandoli come massa di manovra per ottenere vantaggi economici, ad esempio in termini di alleggerimento dei vincoli posti allo sforamento del PIL. È vergognoso. Mi vengono in mente dei precedenti grotteschi, come quello di Mobutu, dittatore del Congo che faceva arrivare nel suo paese i profughi dal Ruanda, dal Burundi, dall’Uganda e che usava ciò per chiedere aiuti internazionali e ottenere riconoscimento politico da coloro che lo consideravano come un personaggio da eliminare. Il meccanismo è lo stesso, ma ammantato da un po’ più di retorica. Allo stesso modo, noi oggi si va a batter cassa all’UE. Questi “falsi amici” dei migranti sono pericolosi per i migranti stessi e per la coscienza etica dell’occidente».

«Trovo vergognoso che il passato governo abbia utilizzato i migranti come merce di scambio verso l’UE, barattandoli come massa di manovra per ottenere vantaggi economici, ad esempio in termini di alleggerimento dei vincoli posti allo sforamento del PIL»

Il terrorismo che accompagna l’avanzata dell’Isis e i diversi attentati avvenuti in Europa negli ultimi anni ci hanno costretto a prestare attenzione a una realtà un po’ più ampia di quella cui eravamo normalmente abituati. Ci chiedono oggi di considerare le tante tragedie che si consumano in posti apparentemente lontani come qualcosa che ci appartiene. Come possiamo aiutarci a rendere normale questo sguardo sulla realtà, ad averlo non solo quando ci arrivano le bombe o gli attentati sotto casa?
«Ci appartiene, ad esempio, la tragedia siriana, figlia anche dell’indifferenza e della realpolitik con cui l’occidente – l’Europa, gli Stati Uniti – hanno affrontato il dramma della guerra civile in quel paese dal 2011 ad oggi. Noi facciamo finta che la Siria sia molto lontana per tranquillizzarci, ma non è così. La rivoluzione siriana era qualcosa in cui potevamo rispecchiarci, almeno nelle finalità, ancorché assai confuse e politicamente mal determinate, ma quel che è venuto dopo è un’altra cosa, perché abbiamo lasciato macerare la situazione in modo incredibile sotto le bombe degli altri – lo jihadismo, il califfato; tutto ciò è la conseguenza del non aver fatto nulla per quella parte del mondo, così come per altre situazioni simili. Il problema del terrorismo – parola forse riduttiva – o meglio dell’avanzata di un sistema che si ispira a una concezione molto parziale, sanguinaria, totalitaria di una fede, cominceremo a capirlo il giorno in cui la notizia di un attentato con cinque o dieci morti in una capitale europea la leggeremo non come “un attacco alla civiltà umana”, ma per quel che è, un episodio certamente tragico di una guerra molto più vasta che si svolge su molti scenari. Un’auto-bomba che ammazza cinquanta persone a Baghdad non è una cosa diversa. Ci vuole un’altra capacità di immaginarsi nel mondo e nella storia per capire questa vicinanza. Quando ciò sarà accaduto, allora potremo iniziare a discutere per decidere cosa fare».

«Inizieremo a capire il problema del terrorismo il giorno in cui leggeremo la notizia di un attentato in una capitale europea come un episodio di una guerra che si svolge su molti scenari. Un’auto-bomba che ammazza cinquanta persone a Baghdad non è una cosa diversa».

Il suo sembra essere un invito ad ampliare l’orizzonte del proprio sguardo, a vedere la realtà in modo diverso. Per chi oggi studia e lavora in Università, ciò cosa può voler dire?
«Vedo molti giovani che continuano a fare Erasmus andando in città europee. Che ci vanno a fare? Il mondo pulsa e vive, a volte in modo convulso, in altri luoghi. Andate a Ouagadougou. Andate a New Delhi, in qualche altro continente del mondo. Quando andate a Parigi o a Londra, andate in luoghi morti. Di che parlano lì? Del PIL, la finanza, la borsa, le stesse cose di cui parliamo noi a Milano. Ma chi se ne frega del PIL, della borsa. Perdonatemi, forse è un discorso un po’ radicale, ma ci sono altri luoghi che attendono dei profeti, non dei banchieri e dei bancari, e sono mondi pieni di energia e di conseguenze sugli altri mondi, pieni anche di sofferenza e di dolore, di trasformazione della storia. Luoghi così sempre sono stati più decisivi, rispetto a quello che possano decidere Hollande e la signora Merkel, i quali nel terzo millennio staranno in qualche nota a pie’ di pagina. È la stessa cosa che ho detto a mia figlia che oggi studia a Johannesburg ma voleva fare Erasmus a Lione. Che ci vai a fare a Lione? Magari è un nome che apparirà meglio in un curriculum (forse oggi neanche quello), ma che ci vai a fare? Cosa puoi capire lì del mondo?»

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