«Un giornale, nella sua essenza, è lo specchio della società in cui opera, ed è indissolubilmente legato al suo tempo, al suo sentire. “La Sicilia” è un quotidiano nato in un’epoca molto diversa da questa, che nel tempo si è sviluppata, culturalmente e socialmente. Oggi però quella stessa società affronta una fase di declino. E il giornale ne è ancora una volta espressione. Se persino politicamente manca un orientamento, come vuole che possa averlo un giornale che cresce in un terreno divenuto così arido?»

Domenico Tempio è stato, fino alla fine, un grande lettore. Non solo dei giornali, cui dedicò tutta la sua vita, ma anche delle dinamiche che animano un territorio, una città. Il giornalista, trisnipote dell’omonimo poeta dialettale e già vicedirettore de “La Sicilia”, è recentemente scomparso all’età di 86 anni. Incontrato in occasione della realizzazione del volume “Turi Ferro, il primattore” (Domenico Sanfilippo Editore, 2021), si era prestato a una lunga intervista. Parlammo, certo, del grande mattatore – che lui ebbe modo di seguire dapprima come critico a “Espresso sera” e poi a “La Sicilia –  in occasione del centenario dalla sua nascita, ma la chiacchierata andò oltre.

«Il catanese per natura cerca sempre di adattarsi al contesto in un comportamento che non è mai trasformismo, ma un modo di cogliere la realtà»

Domenico Tempio

LA LISCIA DEL CATANESE. Tempio aveva una consapevolezza piena delle caratteristiche del catanese e della sua “liscìa”, ovvero la capacità di farsi beffa del destino, anche nei momenti più tragici. «Il punto è – spiegava – che il catanese per natura cerca sempre di adattarsi al contesto in un comportamento che non è mai trasformismo, ma un modo di cogliere la realtà». Una capacità riconosciuta in Turi Ferro «che riusciva a essere profondamente catanese perfino recitando Molìere. E quando, viceversa, recitava in dialetto era sempre comprensibilissimo. Un po’ come accadde ai fortunati sceneggiati di Camilleri, che pure di Ferro fu regista fin dai primi anni del Teatro Stabile». 

UN APPROCCIO GLOCALE. Da caporedattore e poi da vicedirettore, Domenico Tempio cercò di conferire a “La Sicilia” un respiro che oggi definiremmo “glocale” e l’aver seguito la carriera di Ferro ne è stata in qualche modo testimonianza. «Turi era uno di noi, ed era riuscito ad emergere da una cerchia provinciale, dimostrando di andare oltre confini che noi stessi non immaginavamo avrebbe superato. Gli volevamo bene e lo ammiravamo, ma nel raccontare questi suoi successi c’era di più di questo. Ciò che allora contraddistingueva “La Sicilia” dagli altri quotidiani siciliani era la pretesa di non essere un giornale autoreferenziale, bensì capire come l’isola potesse confrontarsi con le dinamiche che interessavano il resto del Paese». 

IL FUTURO DEL GIORNALISMO. Frasi rivolte al passato, dal sapore amaro. Tempio non nascondeva un atteggiamento critico rispetto all’impatto di Internet e del dilagare di un “copia e incolla” che ha progressivamente tenuto sempre più i cronisti dietro le scrivanie e sempre meno a scovare storie per le strade. «Ciò che mi manca maggiormente è il fatto di vivere maggiormente il giornale “sulla pelle”. Sapesse quante notti ho trascorso sul tavolo del Corriere di Sicilia nell’ansia di cogliere una notizia che un altro giornale non poteva avere. Tuttavia lo sguardo al futuro non è mai stato scoraggiato. «Come dicevo, il giornalismo non è altro che lo specchio della società, e non è scritto da nessuna parte che questa non possa conquistare tempi migliori».

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