«Cu nesci arrinesci», così recita un vecchio proverbio siciliano, descrivendo il percorso di quanti hanno lasciato la Sicilia in cerca di fortuna. Chi si allontana dalla propria terra riesce, in molti casi, ad avere successo. È questo il pensiero che molti giovani e le loro famiglie, hanno spesso presente al momento di cercare le opportunità di lavoro locali, di valutare la decisione di andar fuori a studiare, già da subito, dopo la scuola superiore, o dopo la laurea triennale. Scelte e decisioni non da poco, che influenzano profondamente il futuro stesso del nostro territorio; un territorio, quello dell’area metropolitana di Catania, che ha allo stesso tempo enormi possibilità e altrettante gravi contraddizioni, come mostrano recenti statistiche. Ad esempio, se da un lato la popolazione in Sicilia è mediamente più giovane che in altre regioni del Nord, e questo rappresenta certamente una potenzialità positiva, dall’altro la percentuale dei giovani, tra i 15 e i 29 anni, che in gergo sono chiamati NEET (Not Engaged in Education, Employment or Training), cioè le persone che non studiano, non hanno un lavoro e non lo cercano neppure, è elevatissima nella nostra regione, il 36.9% contro una media del 24.7% nel resto d’Italia.

UN SCELTA IMPOSSIBILE. Trovare il proprio ruolo fuori dal contesto in cui si sono mossi i primi passi oppure muoversi per costruire anche uno sviluppo sostenibile del Sud sono realmente scelte alternative che si escludono a vicenda? Non esiste una “terza via”? Una recente occasione pubblica di incontro con alcuni imprenditori che stanno investendo nel Sud, dopo aver trascorso parte della propria carriera professionale fuori, anche in prestigiose aziende estere, o in altri ambiti lavorativi, sembra indicare il contrario. L’incontro, promosso in questi giorni dal Centro Culturale di Catania, e svoltosi in modalità telematica come vuole il protocollo di questo periodo,  in un orario che invoglierebbe più alla cena o alla visione di un film che non a discutere le scelte e le prospettive lavorative, ha però visto la partecipazione di circa 400 persone, da studenti a giovani che iniziano a muoversi nel mondo del lavoro, da imprenditori locali alle famiglie, da ricercatori del settore tecnologico a persone impegnate nel mondo scolastico, segno di un interesse trasversale per le questioni in gioco. Protagonisti di questa iniziativa, intitolata non a caso “Ulisse e le valigie di cartone”, sono stati Vincenzo Berretta, fondatore del gruppo CLAPPPPP (ebbene sì, le P sono proprio cinque), Simone Massaro, Amministratore Delegato della BaxEnergy e Maurizio Andronico (The European House – Ambrosetti), i quali non si sono trincerati dietro semplici dati statistici o generici consigli, ma hanno messo in gioco la loro storia e le loro scelte.

CONVINZIONE E SACRIFICIO. Perché in questo campo il vero protagonista è la persona, con il suo coraggio di scommettersi nella realtà, di provare a rischiare, anche abbandonando possibilità che sembrerebbero più sicure, più stabili o più remunerative. Ma il rischio, come emerso con chiarezza durante il dibattito, non può essere astratto o campato in aria. Bisogna avere il desiderio di imparare da maestri capaci di indicare una strada, un percorso, di imparare da altre realtà lavorative, anche facendone esperienza diretta, dall’interno, e anche se si trovano a 10000 km di distanza da noi. Ma occorre anche che questo processo educativo, di allargamento dei propri orizzonti, di guardare la realtà e come essa evolve, si mantenga nel tempo, cioè che non si smetta mai di imparare durante la propria carriera, cosa tanto più vera in quelle attività legate alle tecnologie emergenti. Infine, è fondamentale per la singola persona o per un gruppo di persone che lavorano insieme, valutare la ragionevolezza delle scelte e delle decisioni, lasciarsi aiutare ed aiutare a propria volta altri in questo cammino, laddove sia possibile che questo avvenga in una compagnia adeguata, in una concretezza di rapporti.

AZIENDE E ISTRUZIONE. Può esserci allora un nesso positivo tra il mondo della formazione, della scuola, dell’Università e quello del lavoro? Certo, sono stati tanti i tentativi in questa direzione a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, ma la domanda rimane drammaticamente aperta, e mette in gioco il compito educativo sia delle famiglie che della scuola, per far crescere la voglia e la capacità di impegnarsi al fine di costruire anche un percorso di crescita lavorativa. C’è un ruolo anche per le aziende in questo processo? Certamente sì, e la possibilità di incontrare, anche nel nostro territorio, realtà produttive sane, che non hanno rinunciato a questo compito, rappresenta sicuramente una sollecitazione e offre una speranza.  

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