Enrico Rava racconta:
«I miei 80 anni in jazz.
Oggi se rinascessi
farei il rapper»

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Il re della tromba il 18 agosto festeggia a Noto la sua importante ricorrenza con due giorni di anticipo. La sua vita da jazzista: «A sette anni m’innamorai di questa musica». Gli incontri con Gato Barbieri e Andrea Camilleri. «Oggi il livello tecnico è altissimo, ma mi sembra azzardato parlare di ricambio di idee». «Spotify ha ucciso la musica». «Voi siciliani avete il jazz nel Dna»

Dallo scorso aprile Enrico Rava è in tour per festeggiare l’ottantesimo compleanno che cade il prossimo 20 agosto, due giorni dopo l’esibizione prevista nel cartellone di Noto Musica. «Ma non è un tour» tiene a precisare il jazzista torinese. «Io cerco di evitarle le tournée. Sono una serie di eventi speciali con un calendario che mi consente di riposare per alcuni giorni a casa mia. Il 18 agosto a Noto, il 24 agosto a Gradara, il 27 Eilat in Israele fino all’evento di New York per i 50 anni di Ecm in ottobre». E poi, in novembre Milano, Argentina, di nuovo in Belgio, Bari, Roma. «Sì, un calendario fitto di concerti… forse più di quanto volevo io. Suonare mi piace da matti, ma viaggiare adesso mi viene pesante, non sopporto i controlli, i ritardi, le attese».

«Spotify è un peggioramento nell’ascolto. Il piacere nella musica deriva anche dal rapporto che si instaura con la gente: entrare in un negozio di dischi, frugare tra banchi fittissimi di album, dialogare con il proprietario o con altri clienti, ricevere una dritta»

Enrico Rava è l’ultimo dei mohicani, come si è autodefinito, un musicista che si ostina «a suonare strumenti antichi, che altri hanno sostituito con bip, loop, macchinette diaboliche che riproducono il suono di una tromba, di un sassofono» si lamenta. «Oggi tutto è di pessima qualità. Ascoltare musica su Spotify non è la stessa cosa di comprare un disco in negozio e poi andarlo ad ascoltare in un impianto stereo. Spotify è musica “usa e getta”. La tecnologia ci ha portati a non avere negozi di dischi, di libri, lettori cd. Oggi perfino nelle auto trovi la chiavetta dove devi scaricare la musica per ascoltarla. E questo è un peggioramento nell’ascolto».

Non crede il re italiano della tromba jazz al Rinascimento del quale parlano in questi giorni i quotidiani britannici. Eppure quest’anno nel cartellone del festival di Glastonbury sono apparse due jazz band – The Comet is Coming e Sons of Kemet – e sulle piattaforme di streaming si registra un incremento di giovani ascoltatori di questo genere musicale. «Io non ne ho sentito parlare», taglia corto Rava. «Fatta eccezione per gli Stati Uniti, il jazz, in Europa, ma anche in Giappone, Corea, va bene. È sempre musica di nicchia, non per stadi e palasport, ma continua a riempire teatri, anfiteatri, festival».

«Il problema – insiste il musicista torinese – è nell’approccio. Il piacere non deriva soltanto dall’ascolto, ma dal rapporto che si instaura con la gente, dall’entrare in un negozio di dischi, frugare tra banchi fittissimi di album, dialogare con il proprietario o con altri clienti, ricevere un consiglio, una dritta».

«Prima, con la guerra, c’era la fame. Il jazz era il pane buono, fresco, la cioccolata, i vetri alle finestre. Segnò l’inizio del benessere, che poi è arrivato con il cinema e la letteratura americani, prima vietatissimi»

L’amore per il jazz sbocciò quando Rava aveva 7 anni, «più o meno». «Ascoltavo i dischi di mio fratello, che era più vecchio di me» ricorda. «Possedeva una cinquantina di 78 giri, perché ancora il 33 giri non esisteva. Ogni facciata durava tre minuti e mezzo. C’erano dischi di trombettisti come Louis Armstrong, Bix Beiderbecke, Dizzy Gillespie. Fu un amore a primo ascolto. E a 12/13 anni, quando arrivò la paghetta, cominciai a comprarmi i primi dischi. Il primo? Non lo dimenticherò mai, era di King Oliver, che fu un maestro di Armstrong».

Il jazz per quel bambino nato all’alba del secondo conflitto mondiale rappresentò anche qualcos’altro. «Il cibo. Prima, con la guerra, c’era la fame» continua Rava. «Il jazz era il pane buono, fresco, la cioccolata, i vetri alle finestre. Segnò l’inizio del benessere, che poi è arrivato con il cinema e la letteratura americani, prima vietatissimi. Insomma, m’innamorai di questa musica per via di tutto ciò: era un pacchettone di mille cose belle, fantastiche».

Un amore folle, irresistibile, totale. «A causa del quale a scuola andavo malissimo» sorride al telefono dalla sua casa ligure nelle Cinque Terre. «Invece di studiare, con alcuni miei compagni di classe, anche loro appassionati di questa musica, ci scambiavamo dischi, suonavamo. Ma grazie al jazz ho potuto fare una bella vita. È un privilegio essere pagati per divertirsi, perché suonare per me è un gioco. Quando sto sul palco e suono per me è un piacere. Il jazz mi ha fatto girare e conoscere il mondo».

«Questa musica nasce dagli incontri. A farmi svoltare fu Gato Barbieri. Senza di lui probabilmente avrei fatto lo stesso il jazzista, ma avrei aspettato molto più tempo e non so se la storia avrebbe avuto lo stesso sviluppo»

E gli ha fatto incontrare tante persone. Perché, come ha titolato una sua autobiografia, il jazz è una musica che nasce da incontri. «Sin dalle sue origini, a New Orleans, alla fine dell’Ottocento, quando ancora non esisteva l’apartheid. Africa e l’opera italiana, inglesi, francesi, creoli, si incontrarono gettando le basi di quella musica che sarebbe stata definita jazz una decina di anni dopo. E gli incontri continuarono: i ritmi cubani, la contemporanea, il pop, il rock».

Per Rava l’incontro più importante, dal punto di vista umano e musicale, fu quello con Gato Barbieri. «Io ero un dilettante, lavoravo in una azienda, stavo malissimo. Gato mi ha dato fiducia, mi ha spinto a lavorare nella musica, fino a chiamarmi per suonare insieme. Forse anche senza Gato avrei fatto il musicista jazz, ma avrei aspettato molto più tempo e non so se la storia avrebbe avuto lo stesso sviluppo».

E poi Steve Lacy, un’altra persona importante nella  crescita del trombettista.  «Mi portò con lui a New York, mi fece conoscere Roswell Rudd, Carla Bley, Cecil Taylor. Eravamo alla fine degli anni Sessanta, io ero uno dei pochissimi europei a suonare jazz a New York. Da allora fu un crescendo, al ritorno in Italia il lavoro fioccava da ogni parte».

«Quando telefonai a Camilleri lui fu molto simpatico. Fui sorpreso dal fatto che mi conoscesse. Scoprii che era un appassionato di jazz.  Mi invitò a casa sua e cominciò a scrivere la sceneggiatura di una fiction poi divenuta uno spettacolo teatrale»

Incontri non solo nel jazz, ma anche nel cinema, nell’arte, nel fumetto, nella letteratura, nel pop. «Che nascono sempre dal fatto di suonare jazz. Fui chiamato a scrivere le musiche per il film “Oggetti smarriti” di Giuseppe Bertolucci perché gli fui indicato dal fratello Bernardo che amava il jazz. Con Michelangelo Pistoletto nacque una collaborazione a tutto campo dopo che vide un mio concerto alla Scala. Conobbi Altan prima che fosse Altan, quando andava in spedizione nella giungla brasiliana. Nel ’96 incisi “Rava Noir”, e Altan disegnò una stupenda storia con me protagonista. Nel caso di Michael Jackson e dell’opera, è perché mia moglie Lidia ha 22 anni meno di me. A me dell’opera importava poco, e Michael lo ricordavo bambino nei Jackson Five. Ma Lidia mi ha trasmesso certe sue passioni, e così mi sono venuti quei trip…».

Fino all’incontro con il compianto Andrea Camilleri. «Fui io, questa volta, a contattarlo» ricorda Rava. «Mi proposero un docu-film su di me. Non mi andava, perché ne avevo fatti altri. A me interessava una fiction, non un docu-film. Ma ci voleva uno che scrivesse la scenografia. L’unico che poteva scriverla era Camilleri». Da appassionato di letteratura e da divoratore di libri, Rava aveva letto tutte le opere dello scrittore agrigentino, «non solo quelle con il commissario Montalbano» tiene a sottolineare. «Gli telefonai e lui fu molto simpatico. Fui sorpreso dal fatto che mi conoscesse. Scoprii che era un appassionato di jazz.  Mi invitò a casa sua e cominciò a scrivere la sceneggiatura di questa fiction. Che non è mai stata realizzata perché costava troppo: alcune scene richiedevano il trasferimento del set a New Orleans e a New York. Diventò però un piccolo spettacolo teatrale che ho portato in giro per il Paese».

Il 6 settembre uscirà il suo nuovo album per ECM, intitolato “Roma” e registrato dal vivo lo scorso novembre all’Auditorium Parco della Musica di Roma. È frutto di un altro incontro, quello con un “vecchio amico siciliano”: Joe Lovano. «La prima volta che l’ho visto è stato più di una trentina di anni fa al Messina Jazz Meeting. Io mi esibivo con il mio gruppo e lui era con Paul Motian. Io non lo conoscevo, ma mi fermai in teatro ad ascoltare Paul, del quale ero amico. Rimasi impressionato a sentire Joe, era un sassofonista strepitoso. Ma quello che mi colpì soprattutto erano le ovazioni che accompagnavano ogni suo assolo. Poi ho scoperto che erano venuti da tutta la Sicilia i suoi parenti. Parenti che lui non sapeva neanche di avere. Con Joe poi abbiamo fatto un tour in quartetto con Miroslav Vitous e anche in quintetto una ventina di anni fa. L’anno scorso avevo un progetto interessante e mi è venuto in mente di chiamarlo. Nasce così questo tour, nella cui penultima data abbiamo registrato il disco “live”. Un album fatto come quelli di una volta, senza correzioni digitali, con tutti gli errori del momento. Io ritengo il concerto una “cosa umana”».

«Quando ho iniziato a suonare, negli anni ’50, non c’erano jazzisti tout-court, oggi invece ci sono migliaia di giovani di talento. Mi chiedo però cosa faranno da grandi: per pochi di loro ci sarà un futuro semplice, suonare bene non basta»

Maestro e talent scout. Tanti sono i discepoli di Enrico Rava sparsi per l’Italia: Massimo Urbani, Paolo Fresu, Stefano Bollani, Gianluca Petrella, Giovanni Guidi, Francesco Diodati, tra gli altri. «C’è un grande ricambio, è vero» spiega. «Certo chiamarlo ricambio di idee mi sembra una affermazione azzardata. Solo l’elettronica ha smosso qualcosa. Il livello tecnico e teorico è altissimo, certo, ma le idee sono rimasticamenti di cose già sentite. L’ultima grande innovazione di linguaggio è stata quella di Coleman nel 1959; da lì in poi, si ricicla. Ascoltando i jazzisti neroamericani in voga oggi, se avessi 15/16 anni farei sicuramente il rapper».

Rava è sorpreso dalla valanga di giovani che si dedicano al jazz. «Penso di non sbagliare se dico che sono migliaia» si meraviglia. «Ogni anno tengo i seminari di Siena e ogni anno escono fuori quattro musicisti strepitosi. La qualità e la quantità è altissima. Mai l’avrei immaginato all’inizio della mia carriera. Quando ho iniziato a suonare, a fine anni Cinquanta, da noi non c’erano jazzisti tout court. Esistevano, casomai, musicisti bravissimi che lavoravano nelle orchestre Rai e poi si ritagliavano a fatica un posto fuori; io invece sono stato uno dei primi a dedicarmi esclusivamente all’attività solista insieme a pochi altri — Nunzio Rotondo, Franco D’Andrea — lottando contro le perplessità di tutti. A partire dai genitori, che mi vedevano come matto, neanche mi fossi messo in testa di fare l’astronauta. Allora eravamo davvero pochi, oggi sono migliaia. Al primo anno del festival che Fresu organizza all’Aquila si sono presentati seicento musicisti, altrettanti, e tutti diversi, l’anno successivo. A volte mi chiedo cosa faranno da grandi. Sì, c’è un movimento, ci sono concertini, festivalini. Sta di fatto, però, che solo per pochi di loro ci sarà un futuro semplice. Non serve soltanto suonare bene, bisogna avere carisma, idee, fantasia e molta fortuna».

«George Wallington, un pianista che partecipò alla rivoluzione bebop era siciliano e si chiamava Giacinto Figlia. Penso che la vostra terra abbia il jazz nel sangue, e questo è il motivo per cui è sempre un piacere venire a suonare da voi»

Grande fucina di talenti jazz resta la Sicilia. Sin dai tempi eroici di Nick La Rocca. «Non solo: chi ricorda George Wallington, un pianista che partecipò alla rivoluzione bebop? Anche lui era siciliano, il suo nome era Giacinto Figlia» sbotta Rava. «Penso che voi siciliani il jazz l’abbiate nel Dna. Il livello di musicisti che vengono dalla Sicilia è incredibile: i fratelli gemelli Matteo e Giovanni Cutello di Chiaramonte Gulfi, il pianista Dino Rubino di Biancavilla, il catanese Giuseppe Asero è un formidabile sassofonista. È siciliano anche il trombettista Giovanni Falzone. Sì, ce l’avete nel sangue ed è per questo motivo che è sempre un piacere venire a suonare da voi».

Nel concerto di domenica 18 agosto al Cortile del Collegio dei Gesuiti di Noto, Enrico Rava sarà accompagnato da Francesco Bearzatti al sax tenore, Giovanni Guidi al pianoforte, Francesco Diodati alla chitarra, Gabriele Evangelista al contrabbasso e da Enrico Morello alla batteria.

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