«Tu inizialo senza sbirciare niente, senza sapere di cosa parla, senza nessuna idea pregressa su che genere di libro potrebbe essere». Me lo ha presentato così un mio caro amico, quando ci siamo incontrati dopo mesi di lontananza per una colazione pre-natalizia e un immancabile scambio di regali. Per lo più negli anni abbiamo dato e ricevuto storie, anche se con alcune eccezioni, e quest’anno in particolare abbiamo provato a spingerci a vicenda un po’ più in là dei nostri limiti.

Io sono andata nella direzione dei graphic novel, lui dei romanzi novecenteschi. E che romanzo, nel caso specifico. Me lo sono rigirato fra le mani senza riuscire a inquadrarlo: copertina nera con i bordi rosso scuro, al centro solo una testa femminile, forse di bronzo, che richiama una terra non meglio definita del Vicino Oriente. Potrebbe anche essere del Medioriente, o dell’Oriente più estremo. Potrebbe perfino arrivare da altre parti del mondo, in realtà, e quando lo dico ad alta voce il mio amico conferma i miei dubbi.

Provo a rivolgermi al titolo, sperando che sia più parlante: Epepe. Di un certo Ferenc Karinthy, che ammetto di non avere mai sentito nominare, e con la prefazione di Emmanuel Carrère. Fra i tanti elementi a mia disposizione, riconosco solo quest’ultimo intellettuale e resto comunque perplessa. Carrère può avere curato una nota critica a qualunque tipo di testo, e di sicuro né il titolo né il nome dell’autore (polacco? Sloveno? Slovacco?) mi forniscono ulteriori indizi.

A quanto pare l’ambiguità è voluta, perché anche il mio amico mi rivela di essersi imbattuto nell’opera senza conoscerne i dettagli. Lo ha comprato e ha deciso di spulciarlo, fine della storia, partendo per un viaggio che a suo dire lo ha trascinato lontano, in un modo ammaliante e inquietante su cui non vuole darmi altre informazioni. «Il punto è che trovo frustrante che ogni indizio mi sembri muto», ribatto io, «è come se niente riuscisse a comunicarmi qualcosa». «È proprio questo il bello», conferma lui, «e man mano che ti addentrerai nella vicenda capirai fino a che punto la tua definizione calzi a pennello».

Allora smetto di fare domande, accetto la sfida e pochi giorni dopo sfoglio le prime pagine del romanzo, rigorosamente saltando la prefazione.

Ebbene: non credo mi fosse mai successo di buttarmi in un universo finzionale senza la benché minima idea di cosa mi stesse aspettando. Né penso di avere mai scritto di un libro evitando deliberatamente ogni riferimento alla sua trama. Ma con Epepe va così, il mio amico aveva ragione. Se si ha la fortuna di non conoscerne lo scrittore, l’argomento, le tematiche, e se si evitano spoiler e quarte di copertina, si avrà il privilegio di brancolare nel buio quanto basta per lanciarsi in un’esperienza surreale e tragicomica, commovente e totalizzante, che ora disturba e ora intriga senza risultare mai forzata.

E, se ci si fida dell’ignoto, si avrà soprattutto la possibilità di lasciarsi travolgere e stravolgere come ormai accade sempre più raramente. Bombardati come siamo di notizie e di sinossi, di commenti e di dati, di rimandi e di potenziali approfondimenti, infatti, non finiamo quasi più per fare esperienze a scatola chiusa, preferendo sempre e comunque scoprire l’opinione di altre persone come noi, o più esperte di noi, o magari ancora meno consapevoli di quanto continuiamo a sentirci.

Epepe fa eccezione, vedetela in questo modo. È un piccolo portale che in 217 pagine ci riporta a una dimensione pre-tecnologica, o anti-tecnologica, o a-tecnologica. Una deviazione nello spazio-tempo – e più di tanto non si può davvero rivelare – capace di farci sentire vicinissimi al protagonista, eppure sempre estranei a qualcosa, sempre lontani da noi stessi.

«L’importante era non perdere la testa, così solo com’era, non arrendersi al disordine, alla massa caotica», scrive Karinthy (che per inciso è ungherese, come ho poi appreso). Per chi legge, invece, l’importante sembrerebbe essere l’esatto contrario: smettere di lottare per agguantare ogni cosa al primo tentativo. Accettare il non-senso, addentrarsi nel caos, e capitolo dopo capitolo vedere di nascosto l’effetto che fa.

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