Epicarmo, Siracusa e le leggendarie origini della commedia

Quello dell’autore siceliota nato nel VI secolo a.C è oggi un nome di nicchia. Presso gli antichi, tuttavia, la sua figura venne largamente celebrata. Platone lo riteneva un maestro, Teocrito e Diogene Laerzio un sapiente come pochi altri. E quasi tutti lo consideravano l’inventore di una forma di teatro che avrebbe influenzato tutti i più grandi drammaturgi moderni. Dei suoi testi rimane poco: eppure, la sua presenza nella nostra esperienza da fruitori del teatro è più viva che mai

Fin dove bisogna risalire le rapide del tempo per individuare il momento in cui un archetipo nasce? Quanto possono essere riconoscibili, nelle piaghe di un passato spesso nebuloso, le fondamenta di un fenomeno, di una tendenza, a volte persino di un modo di pensare? Di certo, difficilmente ci si potrà affidare ad una misura universalmente valida. Perché rivangare ciò che sta alle spalle, non di rado, significa fare i conti con tracce fragili. Con citazioni e riferimenti indiretti, con stralci che anelano ad un contesto, ad una riconoscibile completezza. Significa, spesso, ritrovarsi con appena dei nomi a cui dare la caccia, con personalità che oscillano tra concretezza e inverosimiglianza, tra autorità e leggenda. Gli archetipi allora, in questa ricerca così spasmodica e progressiva, finiscono per coincidere con dei personaggi. Con dei mitici ingegni che hanno saputo vivere in una dimensione ben più ampia, ben più estesa, di quella che la loro sola epoca avrebbe potuto garantirgli. Si legano indissolubilmente alle vicende umane – più o meno romanzate – che i loro inventori hanno attraversato. E si impongono, quando il ricordo della loro origine si allontana, come un possesso comune. Come una presenza eterna che continuamente si rimodula, si trasforma, senza tuttavia rinnegare del tutto la natura ancestrale con cui sono stati prodotti. Non sono soltanto, gli archetipi, dei riferimenti letterari. Ma anche del vivere civile, della società che ha contribuito a crearli e a prolungarli. Uno di questi, insieme con il genere in cui ha trovato spazio per la prima volta, ha avuto origine proprio in Sicilia, negli anni del dominio greco, quando Siracusa rivaleggiava per potenza e per prestigio politico e culturale con le grandi pòleis della madrepatria. Qui, nel VI secolo a.C, secondo le notizie più accreditate di cui siamo in possesso, sarebbe nato Epicarmo. Un individuo che oggi, fuori dalle nicchie accademiche, potrebbe quasi risultare confinato nell’anonimato. Ma che, tuttavia, fu capace di imporsi all’attenzione dei suoi contemporanei come una delle personalità più influenti dell’antichità. E non solo. Perché a lui fu addebitata l’invenzione della commedia e di alcune dinamiche del suo intreccio che, sui palcoscenici di tutto il mondo, continuano in un certo senso ad essere iterate.

Eppure, quasi per paradosso, dell’autore siceliota ci è giunto davvero poco. Qualche titolo, qualche frammento – non sempre esteso -, qualche massima fulminea. Amava parodiare il mito, i suoi infallibili eroi. Prendersi gioco della magniloquenza dell’epica, delle imprese che avevano contribuito a plasmare l’immaginario pedagogico di svariate generazioni. Odisseo diventava così un disertore, mentre Eracle un balordo dedito agli eccessi tra una fatica e l’altra. Ma anche la società minuta, la quotidianità apparentemente insignificante, non sfuggiva al suo sguardo dissacrante, che con leggerezza, ma anche una discreta dosa di amarezza, non poteva fare a meno di condannare i vizi e le ipocrisie di un popolo che, a grandi passi, si stava avvicinando allo splendore dell’età classica. Con le sue frecciate trasversali, che non risparmiavano nessuna classe sociale, Epicarmo si guadagnò il titolo di fondatore della commedia: un riconoscimento che gli fu dato persino da Aristotele e da Platone, il quale, secondo alcuni, avrebbe trovato in lui anche un precursore della teoria delle idee. E fu questo, appunto, il destino del commediografo siceliota: rivivere grazie all’ammirazione altrui. Fu annoverato, infatti, tra i grandi sapienti del mondo antico e ci fu chi – tra questi un altro siceliota d’eccezione come Teocrito – lo associò alla filosofia pitagorica. Lo storico Diogene Laerzio, citandolo nella sua celebre Vita dei filosofi e avallando questa immagine dotta, ne riportò addirittura l’eloquente epigramma posto sulla statua a lui dedicata a Siracusa:

«Quanto le stelle il magno sol brillando
Vince, e quanto de’ fiumi ha maggior possa
Il mare, tanto, affermo, d’Epicarmo
La sapienza primeggia, che cotesta
Patria siracusana incoronava»

Ma ciò che più definì la centralità di Epicarmo è la cosiddetta invenzione del parassita, un personaggio fisso che sarebbe divenuto un pilastro fondamentale della struttura drammaturgica successiva. Dall’intuizione del siracusano, dall’idea di includere una figura macchiettistica, meschina, dedita ad approfittare dell’ospitalità e delle generosità altrui in nome del proprio piacere e del proprio tornaconto, presero le mosse altri giganti dell’antichità come Menandro e Plauto. E, con una profonda evoluzione psicologica, anche nomi illustri della drammaturgia moderna come Shakespeare, Moliere e Goldoni. Tutto, insomma, partì da Epicarmo. Una ulteriore conferma la si deve all’erudito Ateneo di Naucrati, che nei suoi Deipnosofisti citò un passo di una commedia perduta di Epicarmo, ovvero La speranza. Il brano in questione delineava le caratteristiche principali di un personaggio destinato a segnare la storia della commedia: «Vado a mangiare da chi mi vuole, basta che mi inviti, e anche da chi non mi vuole, e non c’è bisogno di invito. Lì faccio lo spiritoso, faccio ridere la gente, lodo l’anfitrione, e se qualcuno osa contraddirlo, lo insulto, mi ci scaldo. Dopo aver mangiato e bevuto robustamente, me ne vado: ma non ho un servo che mi porti il lume. Cammino solo nel buio, inciampo: se incontro le guardie, ringrazio il cielo se me la cavo con qualche frustata. Una volta a casa, distrutto, dormo su un giaciglio privo di coperte: e non me ne accorgo fin tanto che il vino mi annebbia il cervello».

Oltre l’ironia dissacrante, Oltre l’acredine verso l’invadenza e l’ignoranza dell’approfittatore di professione, Epicarmo diede alla commedia un’impronta indelebile, un compito che ancora oggi questa forma di rappresentazione custodisce gelosamente. Ovvero quello di raccontare il mondo senza filtri, senza remore. Quello di trasmettere l’importanza di non prendersi troppo sul serio, senza rinunciare a riflessioni di una certa rilevanza. Perché la realtà, a volte, per essere compresa necessita prima di essere decostruita, osservata secondo il filtro della caricatura Epicarmo, questo aspetto, lo aveva ben chiaro. Più di tutti. Ed è merito suo se questa consapevolezza, negli anni, non è andata dissolvendosi.

(In copertina: illustrazione realizzata con GeminiAI)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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