La scrittura è il teatro dell’impossibile. Il luogo in cui l’etereo prende forma. In cui persino l’invisibile agli occhi viene scovato e portato alla luce. È la sostanza di un sogno che cerca con affanno il suo compimento, l’intuizione fantastica dell’ignoto e dei suoi misteri. Si muove su un ponte sospeso che congiunge punti estremamente lontani nel tempo e nello spazio, facendoli apparire tanto ravvicinati da suscitare in chi osserva il dubbio che siano effettivamente estranei. Perché la scrittura, di questo mondo così affascinante e complesso, a tratti è stata persino l’inventrice. La rotta che ha tracciato coordinate mai battute prima, il sapere che ha conferito nomi a Paesi che non sapevano di averlo, il mappamondo di parole e di emozioni che si è fatta largo tra le terre più oscure. Quante volte, infatti, l’ingegno umano ha saputo coprire le distanze di viaggio più insormontabili con la forza strabordante della sua inventiva? Quante volte la finzione narrativa ha preceduto i passi concreti dei più arditi esploratori? Basti pensare a quanto prodotto da Emilio Salgari, capace di ambientare le peripezie del celebre Sandokan tra l’India e la Malesia e di restituire un quadro geografico e antropologico di sbalorditiva fedeltà al reale pur non avendo mai visitato quelle sponde. Altrettanto, pur con le dovute proporzioni, tentò di fare Marie-Henri Beyle, meglio noto come Stendhal, nei riguardi della Sicilia. Lo straordinario scrittore francese, che a lungo ebbe residenza in Italia, mantenne sempre per l’isola una tenera e appassionata predilezione, al punto che per tutta la vita tentò di pianificare un viaggio che poi non riuscì mai a realizzare. Eppure, il suo nome rimase indissolubilmente legato alla nostra terra. Come fu possibile?

Nonostante qualche – inevitabile – ingenuità, puntualmente segnalate da Sciascia in Stendhal e la Sicilia, alcune delle pagine che l’autore de Il rosso e il nero dedicò all’isola commuovono per bellezza e per senso di appartenenza. L’amarezza per le plurime visite sfumate non lo trattenne dal manifestare il suo amore in maniera ancora più plateale. E, quasi come se la forza di volontà lo traslasse ogni volta nel luogo dei suoi sogni, la sua analisi della personalità siciliana, delle sue ardenti impulsività e delle sue intrinseche contraddizioni, non solo apparve verosimile, ma quasi toccata con mano. Sembrava proprio volersi autoconvincere, Stendhal, che la Sicilia fosse un luogo dell’anima, che la sua assenza fisica potesse essere compensata da una vicinanza spirituale. Lo faceva nei suoi resoconti, nelle lettere che inviava agli amici e in cui raccontava di essere giunto sull’isola e di poter quindi restituire loro una descrizione minuziosa di ciò che aveva visto. Sentiva le strade siciliane scorrergli dentro, il vociare armonico e confuso sussurrargli all’orecchio. «Non sono un naturalista, e conosco mediocremente il greco; il mio principale fine, venendo in Sicilia – scriveva in una celebre missiva datata 20 luglio 1838 e che reca la fittizia indicazione di essere stata redatta a Palermo – non è stato dunque di osservare i fenomeni dell’Etna o chiarire in qualche modo a me stesso e agli altri quanto gli antichi scrittori greci hanno detto sulla Sicilia. Ho cercato innanzi tutto il piacere degli occhi che in questo singolare paese è assai vivo». Elogiava persino il mercato librario siciliano, ponendolo al di sopra di quello delle grandi realtà del Settentrione (restituendo una stima incredibilmente precisa): «Un libraio intelligente – appuntava in un’altra lettera, risalente al 1824 e indirizzata all’amico letterato Antonio Benci – mi diceva che a Milano, città di 120.000 anime, non si riesce a vendere più di cento esemplari del libro più alla moda. In ogni piccola città da 6 a 10.000 anime, se ne vendono quattro o cinque. A Venezia un libro alla moda si vende a mille esemplari. Per ogni buon libro si può sempre contare su uno smercio di trecento esemplari in Sicilia». È anche grazie a Stendhal, l’uomo che cantò la Sicilia senza mai metterci piede, che gli stereotipi sull’arretratezza culturale di questa terra nel XIX secolo vennero sconfessati.

Perché Stendhal, insomma, aveva afferrato la verità pur senza mai trovarsela davanti. Aveva intravisto, in quel miraggio inseguito per tutta la vita, uno squarcio di felicità in cui valeva la pena insinuarsi con ogni mezzo. Aveva sentito l’eco di storia gloriosa che chiedeva di essere rinnovata. E più quell’obbiettivo di vita si allontanava, più premeva in lui la necessità di rimettersi in cammino alla sua ricerca. E poco importa quale sia stato l’esito materiale. Perché Stendhal, a suo modo, in Sicilia è arrivato.

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