Nasce da una battuta del mitico Totò il titolo dell’ultimo libro di Ornella Sgroi, È la coppia che fa il totale (Harper Collins, 2020), che attraverso interviste, aneddoti e curiosità esamina tutti i film di Ficarra e Picone. Intervistati dalla giornalista catanese, i nostri eroi, tra i personaggi televisivi più amati in Italia, ripercorrono la loro storia dal loro incontro avvenuto nel lontano 1993 in un villaggio vacanze per arrivare a Il primo Natale, film che li ha visti impegnati in una produzione internazionale. Da buona critica e giornalista, la Sgroi restituisce la vera essenza di Salvo e Valentino senza dimenticare un’avvincente carrellata sulla storia del cinema.

Come nasce l’idea di scrivere un libro su Ficarra e Picone?  
«Nel gennaio del 2016 per prepararmi a una loro intervista sul palcoscenico del Teatro Garibaldi di Enna ho rivisto tutti i loro film, uno di seguito all’altro. Lì, ho notato che c’era un’ulteriore storia da raccontare quella cioè di due ragazzi siciliani con una profonda intelligenza comica che sognavano il cinema. Ho impiegato quasi sei mesi per convincermi a proporgliela, anche perché volevo che fossero loro a raccontarla. Quando mi sono decisa a chiamarli, quasi si sono meravigliati del mio interesse verso il loro cinema ma alla fine mi hanno dato l’ok. Durante la lavorazione de Il primo Natale il libro era già finito, ma non essendo ancora stato pubblicato ci siamo guardati e ci siamo detti “non può uscire tronco”, così li ho seguiti sul set in Marocco per un’esperienza che definirei unica nel suo genere».

Dalle testimonianze di attori e collaboratori contenute nel romanzo sembra che Ficarra e Picone siano persone fuori dall’ordinario. È davvero così?
«È la loro cifra distintiva. Hanno un’autenticità di persona, prima ancora che di personaggio che salta subito agli occhi. Io avevo già avuto questa impressione, poi lavorandoci a stretto contatto, ragionando con loro, imbastendo discorsi di cinema – una passione che accomuna tutti e tre – ne ho avuto la conferma».

La giornalista Ornella Sgroi

I due passano con disinvoltura dal cabaret al cinema, dove negli anni si sono affermati come registi oltre che sceneggiatori e attori, fino al teatro d’impegno.
«La notorietà al grande pubblico gliel’ha data Zelig che per loro è stata una vetrina molto importante e poi Striscia la notizia. Ficarra e Picone però nascono sul palcoscenico che per loro è linfa vitale tant’è che quando devono debuttare con uno spettacolo nuovo lo testano al Gatto Blu di Gino Astorina, dove il pubblico è abituato a una comicità di livello».

Lei crede che in Italia ci sia una forma di pregiudizio secondo cui quello comico sarebbe un genere minore?
«Con la commedia all’italiana Totò, Sordi, Monicelli, Germi, De Sica ma poi anche Scola, Moretti, Verdone, hanno creato un genere cinematografico che ha fatto scuola nel mondo. Poi è successo qualcosa per cui negli ultimi vent’anni, tranne qualche eccezione, questo modello è andato alla deriva. Basta guardare al fenomeno dei cine-panettone, che nel tempo sono diventati la caricatura di loro stessi. Ficarra e Picone ne Il primo Natale invece hanno usato la commedia per ricordarci il vero spirito delle Feste. Nel libro lo dicono chiaramente: “Noi ci siamo dimenticati che il Natale è il compleanno di Gesù Bambino, è lui il festeggiato”».

In effetti le storie al centro delle loro pellicole hanno ridicolizzato alcuni stereotipi legati alla Sicilia, anticipando tematiche sociali importanti.
«Il discorso sugli stereotipi è forse il loro più grande merito. Già nel loro primo film, Nati stanchi, sono stati pioneristici nel prendersi gioco della mafia come nel ribaltare il cliché della donna siciliana sottomessa che aspira soltanto a fare la moglie e la madre. Nella pellicola le loro due fidanzate vorrebbero avviare un’attività ma fingono di volersi sposare per non tradire il ruolo che la società ha attribuito loro. E siamo nel 2001, quando nessuno parlava d’imprenditoria femminile men che meno in Sicilia. Ricordo che in quegli anni quando contattavo le testate nazionali per proporre le storie di Addiopizzo, dei beni confiscati alla mafia, spesso i caporedattori mi rispondevano che non era quella la Sicilia che faceva vendere».

E qual era la Sicilia che faceva vendere, quella di coppola e lupara?
«Esattamente, un modello che Salvo e Valentino contestano radicalmente con la loro comicità, avendo il coraggio di dire che esiste una Sicilia diversa. La nostra generazione è figlia di Falcone e Borsellino, che hanno influenzato la nostra formazione, il nostro senso etico, il nostro impegno civile. Tutto questo nei film di Ficarra e Picone si vede come anche nelle pellicole di Pif».

La sua presenza sui loro set è stata costante anche se discreta, eppure L’ora legale vanta anche una sua battuta.
«Ho solo avuto il privilegio di essere testimone della loro interazione creativa e lì in punta di piedi mi sono permessa di suggerire che avrebbero dovuto cavalcare il tema dell’ecosostenibilità. A quel punto Salvo ha avuto l’illuminazione e Valentino di conseguenza l’ha colta. Quello che sorprende in loro è proprio l’immediatezza di risposta, la genialità di reazione. Non esiste una figura predominante e una spalla, sono uno la continuazione dell’altro».

Nel libro emerge anche la sua posizione critica verso aspetti beceri della società.
«Se scegli di fare il critico devi essere disposto a non avere paura del tuo punto di vista altrimenti è meglio che cambi mestiere. È una lezione che mi porto dietro dalla scuola media, il prezioso insegnamento di suor Patrizia che ci ha sempre detto di inseguire le nostre idee e di difenderle con determinazione, cavalcando però il dubbio che potrebbero anche essere sbagliate. La battuta in Nati stanchi “Chi è Che Guevara? Non lo so, uno che fa magliette”, ti dà la misura di com’è diventato l’italiano. Eravamo un popolo apprezzato nel mondo per il nostro bagaglio culturale mentre oggi parliamo per frasi fatte, a cominciare dai politici che tante volte prendono scivoloni terribili dimostrandoci la loro scarsa preparazione. Il cinema di Ficarra e Picone come tutta la comicità che portano in teatro, in televisione, nei cabaret è costellata da queste piccole scintille di verità, che in maniera molto garbata affondano il coltello nella piaga e fanno male».

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