Franco Caracci, la nostalgia di una poesia fatta di sussurri

Nel ristretto gruppo dei poeti crepuscolari – Gozzano, Moretti, Corazzini – che opposero la loro poetica dello stare in disparte rispetto ai proclami futuristi e dannunziani, difficilmente figura lo scrittore originario di Partanna. Eppure, nelle sue liriche tanto apparentemente semplici quanto raffinate nell’indagare l’animo umano, c’è tutta la modernità di chi vive insoddisfatto, preda della malinconia, nel tentativo di imparare a godere e a ricercare la felicità nelle cose più minuscole

Sublimare il dato minimo, lo scorcio invisibile, la prosaica normalità dell’esistenza è uno dei grandi compiti – e delle caratteristiche distintive – della poesia. Qualunque aspetto dell’umano sentire, se guardato alla luce di un verso, può tramutarsi in oggetto lirico: la mediocrità di una giornata uggiosa, la stanchezza di un sospiro, l’esasperazione di un tempo dominato dalla noia, l’eco frivolo, futile, di chiacchiere sparse, l’apparente insignificanza di un gesto o di un’azione. C’è quasi bisogno talvolta, anzi, che la realtà si presenti piatta, scorbutica. Che generi in chi la osserva, in chi la scruta e la viviseziona, una sorta di nausea dell’abbondanza, di insofferenza verso i discorsi vuoti, verso l’esaltazione, la sovraesposizione, la prepotenza di una società dell’urlo. Perché è lì, nel sussurro impercettibile, nella quieta disparte, nell’ostinato, salutare isolamento che la poesia può emergere. Imprimere un segno delicato, prima di sparire, come un passo sulla neve. Lasciarsi giusto intravedere, come un fioco bagliore al crepuscolo. Quel momento intermedio, di passaggio, tra la luce e l’oscurità, che è stato assunto a simbolo della poesia italiana di inizio Novecento, perfetto contraltare dei proclami futuristi e belligeranti, o delle prosopopee dannunziane, che animavano il dibattito pubblico a cavallo della Prima guerra mondiale. Che sulle storie minuscole, sul prosaico racconto della piccolezza, ha costruito una poetica riconoscibile, destinata, con nomi come Gozzano, Corazzini, Moretti, ad influenzare tutte le più grandi produzioni liriche del secolo. Un sentimento diffusamente dimesso, che rifuggiva la notorietà, che si librava sulla percezione della fine, della decadenza, accomunava questi celebri autori. A cui, nonostante l’azione erosiva degli anni sulla memoria letteraria, andrebbe aggiunto anche un siciliano colto e profondamente radicato nella sua terra: Franco Caracci, originario di Partanna (1881), nel trapanese, che incarnò perfettamente, in maniera quasi metaletteraria, lo spirito della sua stessa poesia: appartato, profondamente sensibile, indagatore instancabile delle pieghe dell’animo umano. Della sua produzione – che svela la propria natura attraverso titoli eloquenti come Ritmi nostalgici, Campane a sera… e Canti del crepuscolo – rimane la capacità di tratteggiare un’epoca, un modo di essere, pur senza ricercare notorietà, senza strabordare oltre i confini di una poesia delicata e ingegnosa.

La vita di Caracci, infatti, lontana dal prototipo dell’artista maledetto, del “malato letterario”, seguì una linearità che ricorda quasi i versi di A Cesena di Marino Moretti: familiare, borghese, prigioniera – come lui stesso si esprimerà in una delle sue tante raccolte – di quella normalità a volte necessaria, a volte indigesta. Una vita da maestro e poi da direttore didattico, con qualche apprezzata sortita nel mondo del giornalismo e, soprattutto, della drammaturgia, che proprio nella letteratura, nell’espressione poetica, trovò il suo perfetto sfogo. L’antidoto al senso di malinconia, di immobilismo, di disillusione che animava quegli anni e la provincia che faceva da spettatrice al loro scorrere. Quella medesima provincia di cui Caracci fu tenero cantore, anche quando le contingenze ne forzavano il distacco. «Percorrendo le trepidanti vie delle lontananze, – scrisse, citato da Antonino Pellicane su Kleos – vive in me un paesetto in collina, che a primavera si culla tra batuffoli biancorosa di fiori di mandorlo. Amo le sue case linde che sanno di gelsomino e spigonardo e i cortiletti nell’ombra del fogliame fitto di pergolati bassi. Dalle vie, quasi mulattiere, passano i contadini bruciati dal sole, con addosso fasci di legna e cesti di verdura. Portano pure l’odore della terra smossa, mentre scende piano, laggiù sul mare selinuntino, il sole diventato un disco grande di fuoco». Lo sguardo fotografico, da pittore realista, si mescolò sapientemente alla sua inclinazione esistenzialista, alla sua capacità di inquadrare, in una solo presunta semplicità, i meccanismi più complessi del cuore. Come accade anche in C’è qualche cosa, uno dei più fulgidi manifesti del suo crepuscolarismo, nella quale il malessere e l’assenza, pur nella loro amarezza, emanano una qual certa dolcezza:

Nina, la vita è mutata:
non più i sorrisi… d’allora…
la nostra fede sognata
sempre, sempre più scolora!

«C’è qualche cosa che un poco
muore e poi vive». Fanciulla,
sembra qualcosa: ed è nulla:
un riso fioco… più fioco…


E c’è de l’altro: ogni dì
c’è qualche cosa che muore
senza rimpianto e dolore…
senza sapersi: così!

Franco Caracci, “C’è qualche cosa”, da “Campane a sera…”, 1911

In un soffio, nel giro armonico di pochi versi, tutto lo smarrimento di chi vive insoddisfatto, di chi fa i conti con i tarli dell’infelicità, del sentirsi inadeguato, di chi sopravvive alla nostalgia nel silenzio di una vita senza eccessi, nella solitudine che condanna ed accompagna gli uomini di scrittura. Di chi vive sullo sfondo, lontano dal rumore, in un labirinto di strade e di sogni di cui non si vede l’uscita. Di chi trova, nel più microscopico degli istanti, una nuova, fantasticata speranza.

(Immagine in copertina realizzata con GeminiAI)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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