C’è, nella poesia, un innato istinto a cantare la fratellanza. Ad unire, pur nella personalissima ed intima esternazione dell’anima di chi scrive, cuori lontani e apparentemente inconciliabili. Vive di inni universali, la lirica, di sensibilità da toccare, di certezze da sgretolare, talvolta con la dolcezza di una carezza, talvolta con l’irruenza di una spada affilata. Nasce spesso dalla solitudine eppure la combatte strenuamente, come un afflato che cerca continuamente, disperatamente qualcuno che lo ascolti, che lo afferri. Tacciata di inutilità, condannata ad essere considerata la testimone inerme delle grandi tragedie del nostro tempo, incarna, in realtà, una delle poche possibilità rimaste all’umanità di dimostrarsi tale. La sorgente di una compassione che stiamo lentamente disimparando a praticare, l’antidoto al cinismo strisciante che si insinua tra le nostre incertezze. La poesia è sguardo su coloro che, normalmente, non vengono visti. A loro dedicò la propria vita, e la propria opera, Ignazio Buttitta, che mai si piegò ad una rassegnata accettazione dello status quo. Che mai diede posa al proprio spirito battagliero, al fiato che ne animava ogni gesto. Buttitta, d’altro canto, non si limitava a fotografare una realtà che non gli andava a genio, a sferzare i potenti con strali acuminati: la parola del poeta palermitano scavava ringhiando le pieghe più interne della nostra sensibilità. Metteva spalle al muro il lettore disattento, svagato, ipocrita. Lo incolpava della sua indifferenza con la medesima voce delle vittime di quella stessa indifferenza. E per tale ragione Buttitta rimane immortale: perché l’indifferenza è un male che non passa. Una piaga che ci appartiene quasi biologicamente.

Tra le sue innumerevoli e pregevoli liriche, Nun mi lassari sulu merita certamente un posto di rilievo. Non soltanto per l’indiscussa efficacia stilistica, ma anche e soprattutto per il valore che i suoi versi continuano sinistramente ad assumere, riflessi incondizionati di una storia che continua, ostinata e tragica, a ripetersi. Di un odio che non sappiamo come mettere da parte, di una diffidenza che fa del prossimo un nemico da abbattere. È quasi una preghiera, quella a cui Buttitta affida il suo bisogno, la sua utopia di comunanza tra gli uomini. Una richiesta di perdono che lo attraversa e lo tormenta: «Ascutami, / parru a tia stasira / e mi pari di parrari o munnu. / Ti vogghiu diri / di non lassàrimi sulu / nta sta strata longa chi non finisci mai / ed havi i jorna curti. / Ti vogghiu diri / chi quattr’occhi vidinu megghiu, / chi miliuna d’occhi / vidinu chiù luntanu, / e chi lu pisu spartutu nte spaddi / diventa leggìu. / Ti vogghiu diri / ca si t’appoji a mia / e io m appoju a tia / non putemu cadiri / mancu si lu furturati / nn’assicutanu a vintati. / L’aceddi volanu a sbardu, / cantanu a sbardu, / nu cantu sulu è lamentu / e mori’ntall’aria. / Non calari l’occhi, / ti vogghiu amicu a tavula; / e non è vero mai / ca si deversu di mia / c’allongu i vrazza / e ti chiamu: frati…». Perché non c’è pace senza riconoscimento dell’alterità. Non c’è compagnia senza condivisione. Nessun soccorso senza la pietà che tende la mano. A questi frammenti di speranza, a questi barlumi di sentimento Buttitta rivolge il proprio canto. Un canto che, come lui stesso afferma nella lirica, porta sulle proprie spalle quello di tutti coloro che soffrono per l’isolamento, per la non considerazione, per le ombre scese sulle loro fragili vite.

La poesia non è affatto inutile. Piuttosto, è scomoda. È lungimirante, aperta al mondo. È l’incubo di chi ama il silenzio, di chi teme la minoranza pur essendo in maggioranza. Ed è, soprattutto, il travaglio di chi non si rispecchia nella meschinità, di chi spende per un mondo in cui non si riconosce. Di chi, come Buttitta, si è distinto dagli altri per la capacità di provare un incommensurabile, inesauribile, impareggiabile amore per ciò che di buono resta nell’animo umano nonostante le innumerevoli ferite che tentano di fiaccarlo.

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