«Quando si fotografa si devono rispettare due cose. Rispettare il mezzo, lasciandogli fare ciò che meglio sa fare, descrivere e stimare il soggetto, descrivendolo così com’è. Secondo: non attribuire alle immagini significati profondi o simbolici. Non ci sono momenti più importanti di altri, ci sono solo momenti».

Garry Winogrand nacque a New York nel 1928. Crebbe nel Bronx in una famiglia di origine ebraica. Il suo primo approccio alla fotografia risale agli anni Quaranta, mentre svolgeva il servizio. Negli anni successivi, completò la sua formazione, studiando pittura e fotografia nel 1948 e frequentando, nel 1951, i corsi di fotogiornalismo tenuti dal maestro Alexey Brodovitch.

Il nome di Garry Winongrand è certamente legato alla street photography, di cui fu, sulla scia dell’amato pioniere Robert Frank, uno dei più grandi interpreti. Tuttavia, egli rifiutò sempre con decisione qualunque genere di etichetta e di categorizzazione. Amava definirsi, semplicemente, un fotografo curioso, attratto dal modo unico in cui ogni scatto cattura e trasforma la realtà.

Una trasformazione a cui aveva intimo bisogno di assistere continuamente, quasi come una terapia, un viaggio nel mistero della sua anima capace di portare alla luce segreti mai rivelati. Quando Garry usciva di casa con la sua Leica al collo e iniziava a scattare forsennatamente, una sorta di invasamento, di sfrenata passione per l’istante lo possedeva, al punto che niente e nessuno poteva sfuggire all’obiettivo del fotografo che amava “prendere appunti” attraverso il mirino della sua macchina fotografica.  La pellicola fungeva da carta per il suo racconto, e il click dell’otturatore da penna per imprimervi delle storie che somigliassero a segni indelebili.

Il destino ci ha privato del suo genio troppo presto. Winogrand morì a causa di un cancro alla colecisti all’età di 56 anni. La sua eredità, però, continua a vivere con la medesima forza: pare siano addirittura più di 5 milioni gli scatti realizzati nel corso della sua vita. Si dice che in un solo giorno fosse capace di consumare anche 12 rullini. Le sue immagini ritraggono tutta la varietà degli esseri umani persone comuni, uomini d’affari, attori famosi, politici, pacifisti, nuovi ricchi o emarginati, tutti catturati per le strade, sulle spiagge, sui marciapiedi, negli aeroporti, allo zoo o nelle manifestazioni. Al suo occhio non sfuggivano le contraddizioni duna società in rapido cambiamento, privata per di più della sua ingenuità dai drammi della guerra. Ma neanche il brulicare di quello che considerava il vero spettacolo da ritrarre: la vita stessa e le sue manifestazioni.

Quando vedeva una scena interessante al di là della strada su cui si trovava, si affrettava a raggiungerla con ogni mezzo, spesso facendo slalom tra il traffico e la calca di persone che gli stava davanti. Riusciva a fotografare i passanti senza che nessuno si accorgesse di nulla, e se qualcuno invece lo notava lui non faceva altro che sorridere. Un’amore per l’istante che non gli impediva comunque di mantenere un necessario distacco. Non era infrequente che aspettasse mesi prima di portare la pellicola in camera oscura, in modo da non avere nessun ricordo legato alle scene impresse lì sopra.

La foto presentata per questo appuntamento ha dell’incredibile. In una serena domenica di primavera del 1967, Garry si stava intrattenendo con il caro amico e collega fotografo Tod Papageorge presso il Central Park Zoo. Tod si trovava una trentina di metri avanti a Garry quando si imbatté in due modelli ben vestiti che portavano a spasso due scimpanzé altrettanto ben agghindati. Un fatto inverosimile e stranissimo, tanto da far partire il click della fotocamera di ambedue. Ad un certo punto Tod si sentì spintonare fino quasi a cadere per terra. Era stato Garry che aveva intuito che i due modelli stavano andando via prendendo i due scimpanzé in braccio e stava cercando di farsi spazio per scattare ripetutamente decine di immagini. Quando Tod si riprese dalla spinta vide Garry che aveva già finito di scattare. Hilton Als, uno scrittore afroamericano, descrisse così questa immagine a conclusione di un saggio intitolato Gli animali e i loro custodi: «Nella fotografia si vede una donna bianca e un uomo di colore, apparentemente una coppia, con in mano il prodotto della loro più empia delle unioni, scimmie. Nel proiettare ciò che vogliamo in questa immagine, sull’incrocio di razze, il nostro orrore della differenza, la natura proibita degli uomini di colore con le donne bianche, vediamo la bestia che giace in tutti noi». Garry ha avuto subito la consapevolezza di aver realizzato una delle sue migliori foto. Un vero documento storico.  Senza volerlo firmò pure l’immagine con l’ombra della sua persona che scattava.

Fino al giorno precedente alla sua scomparsa, avvenuta il 19 marzo 1984, Winogrand immortalò una società americana schizofrenica, che passava  dall’esibizionismo più aggressivo, ancora preda di pregiudizi razziali e pronta a tornare in guerra nel Vietnam, a reprimere pesantemente le aspirazioni delle nuove generazioni. Con i suoi scatti ha rappresentato il sentimento di un Paese: non si è limitato a restituire un riflesso di ciò che il suo obbiettivo inquadrava, ma ha scavato dietro le apparenze e l’ipocrisia del benessere consegnandoci una realtà cruda e tutta da riscoprire.

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