«La fotografia si fa con i piedi. È il fotografo che deve andare a cercare gli istanti, non sono gli istanti che appaiono a lui, come molti pensano». Le parole del fotografo e scrittore siciliano Ferdinando Scianna sono di quelle che ti segnano dentro. Non si può scrivere con la luce senza immergersi nella profondità dello sguardo di chi sta scattando la foto.

Nato il 4 luglio 1943 a Bagheria, in provincia di Palermo, Scianna cresce in una famiglia della piccola borghesia siciliana strettamente legata all’agricoltura. Dopo gli studi classici e l’iscrizione all’università degli studi di Palermo, la fotografia diventa ben presto la sua passione principale. Riceve la prima macchina fotografica dal padre quando ha appena 14 anni: da lì comincia quasi a rubare le espressioni della madre, dei suoi familiari, dei compagni di scuola. Sono pennellate di realismo, un’emorragia di emozioni in bianco e nero che mostra, spiega, racconta Bagheria e i suoi abitanti sono i primi protagonisti di questi ritratti. Il bianco e nero per cui diventerà famoso è già presente nei primi scatti che riprendono le feste religiose della Sicilia. Più volte ha dichiarato: «Io guardo in bianco e nero, penso in bianco e nero. Il sole mi interessa soltanto perché fa ombra». Il 1963 è un anno chiave perché alla sua prima mostra fotografica incontra lo scrittore Leonardo Sciascia. È l’inizio di un’amicizia immediata, un rapporto di stima reciproca che si rivelerà fondamentale per la carriera del fotografo siciliano.

Nel 1967 Scianna si trasferisce a Milano, dove inizia a collaborare come fotoreporter con il settimanale L’Europeo: ben presto, svolgerà l’attività di inviato speciale e corrispondente da Parigi. Nella capitale francese è notato dal grande fotografo Henri Cartier-Bresson che, ben impressionato dalle sue foto, gli chiede di entrare a far parte dell’agenzia fotografica Magnum Photos. Accettato l’invito, lascia l’Europeo e si sposta a New York, diventando il primo italiano a far parte dell’agenzia fotografica più rinomata al mondo. Torna ripetutamente in Sicilia per documentare i volti della sua gente e le tradizioni popolari ancora vive nell’isola. Tantissime le sue pubblicazioni negli anni, l’ultima, come scrittore, è Lo specchio vuoto del 2014, dove si ripercorre la storia della fotografia a partire dalla memoria della prima immagine di noi stessi, il nostro volto.

«Feci la foto sul registro conservato in sacrestia e mentre Sciascia si congedava dal parroco lo precedetti in chiesa. Davanti all’urna con il Cristo morto vidi le due bambine. Mi avvicinai fulmineo: c’era una fotografia da fare, e la feci»

Nella poetica del fotografo siciliano, uno dei pochi al mondo che abbia superato il milione di scatti, gioca un ruolo fondamentale l’ambiente che fa da cornice all’immagine. Scianna, prima di scattare, esplora la gente del luogo, le loro abitudini e i loro caratteri, persino il cibo tipico di quella località. Il ritratto più celebre di Sciascia, che presentiamo, è quello nella chiesa di Sant’Anna a Racalmuto, in provincia di Agrigento, con l’urna del Cristo morto alle spalle e due bimbe davanti (1964). Lo stesso Scianna racconta così l’istantanea: «Ho scattato al mio amico fraterno, Leonardo, centinaia e centinaia di fotografie nel corso della nostra amicizia. Ma quella immagine misteriosamente, per mia fortuna, per mio orgoglio, ha continuato a essere vista come il più emblematico tra i suoi ritratti, quello che nell’imprevedibile accamparsi, in un istante, di quegli elementi formali e narrativi, più sinteticamente rappresenta l’uomo e lo scrittore. Non ci eravamo conosciuti da molto tempo. Ma il colpo di fulmine della nostra amicizia era già scoccato. Ero andato a vederlo a Racalmuto. Mi chiese di fare una fotografia, alla parrocchia di Sant’Anna, dell’atto di nascita di Fra Diego La Matina, l’eretico racalmutese di tenace concetto che aveva ucciso il suo inquisitore con le catene che lo imprigionavano e sulla cui storia Leonardo stava completando Morte dell’Inquisitore. Feci la foto sul registro conservato in sacrestia e mentre lui si congedava dal parroco lo precedetti in chiesa. Davanti all’urna con il Cristo morto vidi le due bambine. Mi avvicinai fulmineo: c’era una fotografia da fare, e la feci. Ma con la coda dell’occhio vidi Sciascia che si avvicinava. Pensai che a un certo punto si sarebbe inserito in quella scena. Lo aspettai. Nel momento esatto in cui il suo corpo componeva una struttura a piramide con le due bambine e armonicamente entrava in relazione con tutti gli elementi formali della scena si girò a guardarmi. Scattai. La Sicilia in un dipinto sarebbe stata così».

E ancora: «Le bimbe, poi venni a sapere, erano due sorelle, Teresa e Antonia La Mantia, vicine di casa di Leonardo che spesso giocavano con lui. Ma quel giorno erano lì per caso. Il loro nome l’ho conosciuto solo da una lettera inviatami da Asti, qualche anno fa. Era Antonia a scrivermi, quella più grande. La foto era stata pubblicata su La Stampa di Torino, lei non l’aveva mai vista e ne rimase folgorata. La madre, rimasta vedova, si era risposata e quindi si erano trasferite ad Asti. È stata una grande emozione, una metafora del senso della fotografia: una realtà con tracce di vita anche dopo cinquant’anni». Nella foto sono presenti tutti i passaggi della vita. La fanciullezza, l’età adulta, la morte e, rappresentati dagli angeli sopra l’urna dove è deposto Gesù, la Risurrezione. Il bianco e nero rende tutto surreale: la mano in tasca di Sciascia, mentre passa dietro le bimbe, dimostra che lo scrittore era completamente ignaro che stava per essere immortalato.

«Scrittura e fotografia non si escludono, anzi, io nasco fotografo e mi sento fotografo, però ho fatto il giornalista per venticinque anni. Mi sono sempre considerato un fotografo che scrive»

«Le fotografie mostrano, non dimostrano. Sono – ha affermato Scianna – la forma per eccellenza colta in un attimo del suo fluido significare, del suo non consistere, la vita improvvisamente e per sempre si ferma, si raggela, assume consistenza, identità, significato. È una forma che dice il passato, conferisce significato al presente, predice l’avvenire. Scrittura e fotografia non si escludono, anzi, io nasco fotografo e mi sento fotografo, però ho fatto il giornalista per venticinque anni, scrivendo anche. Mi ricordo che l’amico scrittore Leonardo Sciascia, mettendomi in guardia, mi disse “stai attento che te ne può venire una schizofrenia”. Ma io questa cosa l’ho sempre esorcizzata considerandomi un fotografo che scrive».

La fotografia di Ferdinando Scianna, a parte poche eccezioni, non puntasull’improvvisazione o sulla semplice ricerca di perfezione estetica. È una fotografia che si impone la missione di conoscere, della conoscenza, di analizzare il soggetto che sta dietro al suo obiettivo. Un’immagine può acquistare la sua bellezza solo nel momento in cui si instaura empatia tra artista e soggetto. Una caratteristica ben visibile in particolar modo nei ritratti, ma che, in realtà, traspare in ogni scatto di Scianna, anche in quelli collettivi in cui compaiono gli ormai celebri “gruppi” di persone della sua Sicilia. La fotografia per lui è un costante incontro tra memoria e racconto.

E in tutto questo si percepisce con forza l’esempio di Cartier-Bresson, rivoluzionario della fotografia che ha introdotto lo sguardo all’interno del reportage, mettendo in secondo piano – senza trascurare, comunque – il resto delle cose.

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