Generazione MasterChef:
come ci hanno cambiato
le battaglie culinarie in tv?

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Se la storia dei programmi gastronomici è antica quasi quanto il tubo catodico, i nuovi format, che hanno fatto del cibo prodotto di successo, stanno spopolando ad ogni ora e su tutti i canali. Come mai? Cosa è successo in 60 anni di storia televisiva e in che modo si è trasformato il nostro sguardo sul cibo?

Dicembre 1957, va in onda per la Rai, nella neonata TV italiana, “Viaggio lungo la Valle del Po, alla ricerca dei cibi genuini”, ideato, diretto e condotto da Mario Soldati, il primo giornalista enogastronomico televisivo: è il fotogramma di un paese post-guerra che viene educato a una nuova concezione del cibo, da mezzo di sussistenza ad arte identitaria. 2011, va in onda, prima su Cielo e poi su Sky Uno, “MasterChef Italia”, il talent show culinario che, sulla falsariga di quello britannico, si guadagna un grande seguito di telespettatori, entrando perfino nelle sale feste per bambini dove si improvvisano feste a tema. Ben presto la cucina si afferma regina dei palinsesti: così, dal tubo catodico allo schermo LCD, la vita è un pendolo che oscilla fra programmi di cucina e pubblicità di prodotti dimagranti. Come mai? E cos’è cambiato rispetto ai primi format?

«SIAMO CIÒ CHE MANGIAMO». È del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach l’aforisma sul cibo più cliccato di sempre. Comparso per la prima volta nel 1850 nella sua recensione a un trattato sull’alimentazione, lo ritroviamo 12 anni dopo nel saggio “Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia”. Poche parole ma rivoluzionarie: l’uomo non è soltanto mente, idee e spirito ma è corpo, è unità psicofisica. «I cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello; in materia di pensieri e sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento. Se volete far migliorare il popolo, in luogo di declamazioni contro il peccato, dategli un’alimentazione migliore. L’uomo è ciò che mangia», scrive il filosofo. Conscia di queste verità, la generazione “MasterChef” ha trasformato in un’ossessione la necessità umana di alimentarsi: nel tentativo di mostrarci più forti della crisi e dei bisogni fisiologici, non cerchiamo un tozzo di pane, ma il piatto stellato Michelin. E, accanto alla giornata mondiale dell’acqua, celebriamo il carbonara day: che non si dica di noi che siamo troppo umani. Così scegliamo di seguire diete in ossequio non solo a imperativi salutisti, etici, religiosi e anagrafici (ai bimbi cotoletta, patatine e gelato, agli adulti tartàre dal nome ricercato e cannolo scomposto); ma anche sulla base di imperativi estetici. Ordinando una norma ci aspettiamo sul piatto scenografie di melanzane al succo di olive bio su un letto di salsa di pomodori del giardino della “Casa nella prateria” con pulviscolo di ricotta salata, il tutto condito da versi dell’opera di Bellini, oltre che da pasta di farina di timilia. Ecco come ci condiziona il circuito (vizioso) fra ciò che ingeriamo e ciò che siamo: gli Sgarbi col grembiule, collezionatori non di opere d’arte bensì di indecifrabili menù di ristoranti gourmet. Come siamo arrivati a questo punto?

GUERRA E PACE. Noi italiani siamo buone forchette. Il cibo è l’alfa e l’omega della nostra vita: la tavola riunisce da sempre amici e parenti, ma crea anche “guerre civili”, come quella linguistica arancino/a, o quella sugli ingredienti dell’amatriciana. Il cibo, insomma, è la guerra e pace del Bel Paese. Ma se nel secolo scorso e fino agli inizi del nuovo era più occasione riconciliatrice, col nuovo millennio è, perlopiù, pretesto belligerante. A mostrarlo è il confronto tre le gare culinarie di ieri e di oggi. I programmi post Mario Soldati, che mostravano all’ora di pranzo gentili mani femminili intente a impastare, con quella giusta dose di imbranataggine alla portata di tutti, erano figli della disumanizzazione della guerra: volevano far respirare serenità domestica, rinsaldando legami territoriali e ricucendo rapporti generazionali. Invece, i cooking show, dai talent ai reality, inscenano la volontà di riscatto non della collettività ma del singolo: i concorrenti in gara, soggetti ad alti livelli di stress, vengono umiliati da spietati e saccenti chef che stuzzicano la voglia di rivalsa anche dei telespettatori a partire da sfide ai fornelli in cui tutti possiamo cimentarci (e sentirci incapaci). E così che si impiattano sul piccolo schermo guerre gastronomiche in cui il cibo sembra passare in secondo piano, mortificato dalla ricerca del sensazionale e dalle forti tensioni emotive della puntata. Ansie da competizione a parte, una lezione ci viene però da questi programmi: la cucina è biodiversità, è contaminazione, che significa braccia aperte, oltre che bocca. Risuona allora l’imperativo più forte di tutti, quello della mamma: «Devi imparare a mangiare tutto» che, oltre a essere anti prova costume, è un monito alla tolleranza. Perché sì, Der Mensch ist was er isst, l’uomo è ciò che mangia, che in tedesco è un gioco di parole tra ist, terza persona singolare del verbo “essere”, e isst, terza persona singolare del verbo “mangiare”.

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