Un vero scrittore di luce. Non può che venire in mente tale definizione, pensando a Gianni Berengo Gardin e agli scatti preziosi che ha saputo collezionare in oltre 60 anni di appassionata attività. Circa un milione e ottocentomila scatti in bianco e nero, attraverso i quali ha cercato di catturare l’anime delle persone e del loro ambiente, mettendo sempre al centro dell’osservazione l’umanità, fatta di gente comune (lavoratori, coppie di amanti, passanti, tutti colti nella loro quotidianità), con la quale ha instaurato un’empatia speciale.

Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, Gardin, cresce e studia a Venezia. Il suo primo approccio alla fotografia risale agli anni ’50, testimonianze di un attento studio della società italiana e dell’evoluzione dei costumi rispetto al dopoguerra. Lui stesso, ripercorrendo la sua autobiografia in un’intervista concessa alla Rai lo scorso anno, ha raccontato come tutto ebbe inizio: «Ero un fotoamatore, ho fatto per circa sei anni fotografie per diletto. Poi, uno zio che viveva in America che era molto amico di Cornell Capa, il fratello di Robert Capa, diventato il direttore del Centro di Fotografia di New York, gli ha chiesto che libri da mandare a questo nipote che viveva a Venezia e che si interessava di fotografia, e io ho imparato tutto dai libri che mi ha mandato Capa: i libri di Life, dello stesso Capa e soprattutto di James Smith. Poi, anni dopo, ho conosciuto i libri di Henri Cartier-Bresson e dei fotografi francesi e così ho imparato a fotografare. Purtroppo, oggi i giovani realizzano le immagini e non gli interessa che siano buone o cattive, non studiano, non si applicano come ci applicavamo noi. Perché la fotografia è un mestiere come l’architetto o il dottore o il calzolaio e la cultura fotografica è essenziale, è come se un suonatore di Beethoven non sapesse chi è Beethoven». L’aspetto preponderante dei suoi scatti è l’attenzione quasi documentaristica e partecipe verso il reale. Per lui, uno scatto non deve essere in primo luogo impeccabile dal punto di vista tecnico, bensì portatore di un messaggio chiaro.

Per fare questo, ha passato l’intera vita ad osservare e scattare. Grazie all’inseperabile macchina fotografica Leica, ha impresso su pellicola istanti indimenticabili. Rigorosamente in bianco e nero, perché «il colore distrae», senza flash e, possibilmente, senza nemmeno il cavalletto. Tra le sue fotografie più celebri si raccontano gli anni della lotta contro le grandi navi a Venezia, di Milano, sua città di adozione, il mondo del lavoro, l’immenso reportage insieme a Franco Basaglia nei manicomi, che ha contribuito all’approvazione della famosa legge 180, i baci parigini, i giorni passati insieme agli zingari e il boom economico italiano.

Sulle foto digitali di oggi Gardin ha le idee chiare: «Viviamo momenti difficili per la fotografia. Il digitale ha cambiato secondo me la mentalità del fotografo, oggi scatti, scatti e poi quello che non ti piace lo cancelli, mentre il resto lo salvi con Photoshop. Si guarda tutto sul computer, mentre una volta si stampava in camera oscura. Si è perso il senso di un archivio. Io non ho niente contro il digitale, però a mio vedere è troppo freddo, troppo netto. Non per nulla ora fanno delle macchine digitali che copiano la grana della pellicola. Allora tanto vale usare la pellicola. Non sappiamo se un’immagine è vera o falsa e questo è un pericolo gravissimo per la fotografia, perché la maggior parte della gente quando vede una fotografia crede ancora che si tratti di una cosa avvenuta. Photoshop andrebbe abolito per legge».

La foto presentata è stata scattata a Milano alla fine degli anni ’70 e documenta un bacio tra due giovani in un pomeriggio piovoso alla periferia della metropoli lombarda. «Una foto – afferma Gardin – che fa parte di tutta una serie di immagini sui baci in città, dopo la mia esperienza fatta in Francia. Immaginatevi un giovane fotografo italiano che arriva a Parigi negli anni ‘50, dove tutti si baciano liberamente. In Italia era proibito baciarsi per strada. Potevano arrestarti per oltraggio al comune senso del pudore. Questa cosa mi ha scioccato e così ho cominciato a fotografare i baci a Parigi. Da quel momento ho continuato a fotografare i baci dovunque, in strada, in autobus, in treno, ero invidioso e avido di rubare questi scatti, e la sensibilità per i baci mi è un po’ rimasta attaccata, come se fosse ancora proibito farlo in pubblico». Tra i curiosi che si soffermano sulle effusioni della coppia, c’è anche un piccolo cane che fissa i due con insistenza. I giovani sono davanti a un negozio di orologi, quasi a volere fermare l’istante che stanno vivendo. Neanche si accorgono dei passanti e forse neppure di essere sfiorati dalla pioggia.

Ai suoi studenti, Gardin è solito dire: «Prima di fare una foto pensate e poi, casomai, scattate. Non bisogna mai e scattare a caso». Perché la fotografia non può essere mordi e fuggi. È registrare documenti e frammenti di realtà, che negli anni diventeranno storia di come eravamo.

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