Giuseppe Campisi:
da Palagonia al mondo
per suonare il Jazz

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A 19 anni la borsa di studio per il prestigioso Berklee College di Boston, poi la sua formazione è proseguita al Conservatorio di Amsterdam, infine il trasferimento a Barcellona. «Vivo qui da sei mesi, c’è una scena molto attiva, è un posto che mi ricorda la Sicilia ma dove tutto funziona meglio». Il ritorno nell’isola per un mini tour: a Catania giovedì 30, poi il 31 e l’1 a Palermo e il 2 a Scordia

La sua proposta artistica spazia dal jazz e dalla musica di matrice afro-americana al folk, fino ad arrivare al rock e al free-jazz. La sua band, che riunisce alcune delle voci più interessanti della nuova generazione del jazz europeo, ha recentemente pubblicato l’album di debutto, Traveler Point of View, per l’etichetta romana Alfamusic. E oggi, forte di questi successi, il bassista, compositore e arrangiatore Giuseppe Campisi torna in Sicilia per quattro date, accompagnato da un quartetto che vede la presenza di artisti straordinari: il sassofonista Santi De la Rubia, che vanta collaborazioni con nomi del calibro di Tom Harrell e Jorge Rossy, il chitarrista Paolo Sorge, punto di riferimento in Italia e non solo, e il giovane batterista catalano Lluís Naval, attualmente di base ad Amsterdam ed immerso nella fervida scena musicale della capitale olandese. «Sono originario di Palagonia e ho cominciato a suonare la chitarra da piccolo, quando abitavo ancora in Sicilia», racconta Giuseppe. La spinta è arrivata in modo casuale, da un corso di musica organizzato dalle suore. Con il tempo, poi, ha scoperto il flauto traverso, il basso elettrico e il contrabbasso.

«Al Berkeley college, col trombettista Giacomo Tantillo, il bassista Giuseppe Cucchiara abbiamo preparato gli arancini. Ci è venuti a trovare il sassofonista italo-americano George Garzone. Alla fine abbiamo registrato un disco insieme»

Poi sono successe tante cose, ha avuto la fortuna di potersi trasferire fuori. Prima in Veneto con la famiglia, poi in America, grazie a una borsa di studio che lo ha portato, a soli 19 anni, fino a Boston, in una delle più prestigiose scuole di musica del mondo, dove ha studiato per quattro anni. «È stata un’esperienza surreale, tutto era troppo bello e perfetto, come in una realtà parallela piena di musicisti e professori incredibili». Molti anche italo – americani. «Ho incontrato al Berkeley college il sassofonista George Garzone, con cui ho registrato un disco, il trombettista di Palermo Giacomo Tantillo, il bassista Giuseppe Cucchiara e tanti altri siciliani e italiani con cui abbiamo preparato gli arancini, perché il cibo è una tradizione che ci accomuna, soprattutto quando siamo lontani da casa».

Conclusa l’esperienza di Boston – dove si è concentrato su composizione e arrangiamento – Giuseppe è volato ad Amsterdam. «Ero indeciso se rimanere negli Stati Uniti e ancora oggi non escludo di tornarci, ma avevo voglia di vedere la scena in Europa. Qui abbiamo l’enorme fortuna, di cui forse non ci rendiamo conto, di avere tanti centri culturali vicini tra di loro». Amsterdam, Roma, Berlino, Londra, Barcellona, dove Giuseppe si è trasferito dopo aver concluso il master in performance jazz in Olanda.

«Ci ero già stato diverse volte e parlavo la lingua. Vivo qui da sei mesi e sono contento di come stanno andando le cose. C’è una scena molto attiva, è un posto che mi ricorda la Sicilia ma dove tutto funziona meglio. Ci sono tanti musicisti che studiano fuori e tornano, il che crea un ambiente stimolante e positivo, al contrario di quello che succede dalle nostre parti, dove molta gente se ne va per non rientrare».

«Dopo sette anni mi rendo conto che andarmene dalla Sicilia è stata la cosa migliore che potessi fare. Sarebbe bellissimo vedere un movimento culturale che faccia crescere la nostra terra, ma per ora è fondamentale vedere come funzionano le cose altrove e magari importare il modello qui»

Ed è proprio questo uno dei nodi cruciali, le prospettive per i giovani jazzisti siciliani che girano, si formano, diventano bravi e non sanno cosa aspettarsi dal proprio futuro. «Il problema principale della Sicilia sono le infrastrutture e la mancanza di risorse, che costringono i musicisti ad andare via. I posti dove suonare sono pochi, i cachet bassi, spesso i circoli sono chiusi. Dopo sette anni mi rendo conto che andarmene è stata la cosa migliore che potessi fare. Sarebbe bellissimo vedere un movimento culturale attivo di artisti siciliani che contribuiscono alla crescita della nostra terra, ma oggi è fondamentale spostarsi almeno per un po’, per vedere come funzionano le cose altrove e magari poi portare questo esempio nella propria terra».

Intanto Giuseppe tornerà sull’isola per quattro date, la prima a Catania giovedì 30, da Zo Centro Culture contemporanee, poi il 31 e l’1 a Palermo e il 2 a Scordia. «Tutti noi musicisti siciliani amiamo tornare e portare gente da fuori, nonostante le condizioni avverse. C’è sempre una risposta positiva da parte del pubblico ed è un modo per non perdere il contatto con il luogo di origine, dove mi piace portare la mia musica e le cose che ho fatto fuori. La vivo come una missione – conclude – mi ritengo un privilegiato per aver avuto la fortuna di andare fuori e vedere che quello che ho imparato viene apprezzato è una bella soddisfazione».

 

 

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