Giuseppe, interprete catanese a Trieste: «La mia Sicilia un continuo “odi et amo”»

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«Se ricevessi un’offerta appetibile tornerei senz’altro nella mia terra, anche se con lei ho un rapporto che oscilla tra amore e odio»: sono queste le parole di un giovane siciliano che, occupandosi di traduzione, interpretazione e insegnamento con la lingua araba e russa, ci ha descritto il suo tenore di vita oggi in Friuli-Venezia Giulia

Se avesse potuto, sarebbe rimasto in Sicilia dopo avere concluso la triennale in Lingue all’Università di Catania. Ma le opportunità della vita lo hanno portato altrove. «Il fatto è che volevo proseguire gli studi nell’ambito della traduzione e, informandomi con docenti, ex alunni e altri studenti, ho capito che la scelta migliore sarebbe stata quella di allontanarmi dalla mia terra e provare a superare il test di ammissione della Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste, una fra le più prestigiose in Italia nel settore». A raccontarlo è Giuseppe neolaureato originario della provincia di Catania.

Una volta trasferitosi nel capoluogo del Friuli-Venezia Giulia, il ventiseienne ha scelto di proseguire la sua formazione in arabo e in russo. «Lì ho trovato un’impostazione generale diversa rispetto a quella di Catania: più pratica, più orientata al mondo del lavoro e meno alla teoria. In Sicilia avevo già ricevuto degli ottimi stimoli da parte di alcuni docenti, ma durante la magistrale l’Università mi ha permesso di unire la mia dedizione ad alcuni scambi all’estero fondamentali per il mio percorso, tant’è che sono stato per 5 mesi a Beirut, in Libano, a svolgere ricerca tesi, dopo avere viaggiato negli anni in vari paesi del mondo arabo, fra cui il Marocco, la Tunisia e l’Egitto».

L’ESPERIENZA DA FUORISEDE. «Complessivamente a Trieste mi sono trovato molto bene», ci ha raccontato il giovane, «però se ci si vuole veramente fare le ossa è indispensabile passare dei periodi anche oltre confine e confrontarsi con una lingua nei paesi in cui viene parlata». Dopo avere concluso la magistrale nel marzo 2018, Giuseppe ha capito di volere rimanere nella stessa città in cui aveva studiato, accorgendosi però che le prospettive di lavoro post lauream sembravano ideali, mentre quelle reali erano un po’ meno rosee: «Fino ad ora ho lavorato come interprete per enti pubblici e privati come agenzie di mediazione, ospedali e tribunali. Il problema è che le tariffe sono davvero irrisorie e, avendo un contratto a chiamata, vivo in una perenne precarietà economica e di tempistiche, che ha degli effetti negativi sulla mia vita personale e che mi porta a spendere più di quanto guadagno per mantenermi».

Un’altra sua ambizione, ci spiega, sarebbe quella di diventare un insegnante. «Per ora sono un docente presso associazioni cittadine di vario tipo e ho pubblicato alcuni articoli su riviste accademiche. Sono contento di riuscire a conciliare due lavori che mi piacciono, però se volessi insegnare a scuola dovrei sostenere ulteriori esami a pagamento, non previsti dai miei due corsi di laurea, mentre inserirmi all’Università richiederebbe l’accettazione di un progetto di dottorato da parte, ma per arabistica e slavistica ci sono pochi posti in pochi Atenei, e la concorrenza è spesso spietata».

IL RAPPORTO CON LA SICILIA. Nonostante la sua situazione ancora instabile, Giuseppe ci ha rivelato di dovere molto alla sua esperienza da studente e lavoratore fuorisede: «Se ricevessi un’offerta appetibile tornerei senz’altro in Sicilia, anche se con la mia regione ho un rapporto di amore e odio. Quando sono via sento la mancanza di familiari e amici, così come di alcuni cibi che altrove non trovo, ma dall’altra parte allontanarmene mi ha permesso di allargare i miei orizzonti e di vivere in un contesto di maggiore apertura». Negli anni trascorsi a Trieste, in effetti, il giovane sente di essere molto cambiato, di avere rivalutato il suo concetto di amicizia, di professionalità, nonché la sua mentalità e i suoi ritmi quotidiani.

Probabilmente è proprio in nome di ciò che ha significato per lui lasciare la provincia di Catania che consiglierebbe a chi vuole perseguire la strada delle lingue straniere di sognare altrettanto in grande: «Alla mia terra resterò sempre legato, torno e tornerò in futuro, ma ho cercato di distaccarmi da quell’ideale dell’ostrica di stampo verghiano secondo cui migliorare la propria condizione è impossibile, perché si resterebbe travolti dalla “fiumana del progresso”. Per me non è stato così, anzi: i flutti mi hanno portato molto più su, e sono sicuro che lo stesso potrebbe valere per molti altri giovani».

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