Condensare in poco più di cento minuti le tappe principali che hanno scandito la meravigliosa storia del cinema siciliano. Un’impresa titanica, un’antologia sconfinata ed utopica soltanto ad immaginarsi. Eppure, qualcuno è stato così folle – come lui stesso si è affrettato a definirsi – da crederci e da realizzarla. E non è un caso che quel qualcuno sia un nome d’eccellenza, la figura più emblematica e riconosciuta della settima arte siciliana. Quel qualcuno è Giuseppe Tornatore e quell’opera tanto ambiziosa è il docu-film Lo schermo a tre punte, uscito nel 1994 e riproposto, a 27 anni di distanza, in occasione della 67° edizione del Taormina Film Fest. «Confesso – ha rivelato il regista bagherese intervenendo prima della proiezione attraverso un dialogo in streaming con il direttore del festival Federico Pontiggia e la platea del Palazzo dei Congressi – che non mi capitava di rivedere il film proprio dal momento della sua uscita. Ma quando, recentemente, me ne è stata portata una copia digitalizzata, sono rimasto sorpreso e una immodesta ammirazione per ciò che avevo realizzato mi ha pervaso: non soltanto perché, a distanza di tempo, ho compreso quanto curiosa fosse quella idea, ma soprattutto perché quella formula di alfabetizzazione del cinema siciliano è ancora moderna, funzionante, felice». Del resto, Leonardo Sciascia, grande cinefilo e collezionista di pellicole, amava dire che mai si sarebbe smesso di realizzare prodotti audiovisivi con la Sicilia regalmente al centro.

INAFFERRABILE COSTANZA. Proprio da questa consapevolezza di derivazione sciasciana, e dalla volontà di riflettere su quale fosse stata l’immagine della nostra terra prevalente ad essere stata raccontata sui grandi schermi, nacque la suggestione di Tornatore: «L’intento che provato a perseguire progettando il documentario – ha raccontato – fu quello di ricavare un quadro trasversale della nostra Sicilia, combinando tutti quei sintagmi cinematografici che con lei avevano deciso di confrontarsi. Il segreto della sua felice riuscita risiede nel fatto che non li ho assemblati mosso da un pregiudizio personale o dal desiderio di approdare ad una meta specifica, ma facendomi condurre per mano da quei frammenti di materiale straordinari, lasciandoli liberi di contaminarsi e di rivelare autonomamente ciò che avevano da dire». Scorrendo lungo il centinaio di film girati o ambientati nell’isola e i cinquecento brani da essi estratti, a farla da padrone, infatti, è una sconfinata varietà, l’unione misteriosamente armonica dei caratteri e delle pulsioni dei suoi abitanti. Sempre a Sciascia si deve un’iconica tripartizione di queste sfumature esistenziali, incarnate da Vittorini e dalla sua Sicilia offesa, da Brancati e dal suo irriverente erotismo e da Quasimodo, cantore di bellezza e verità. Ma il miracolo, dicevamo, ha il volto dell’unità: «Pur in questo scenario profondamente differenziato – ha confermato Tornatore – lasciando che quei racconti si attraessero ho trovato la risposta alle mie vaghe intuizioni nella constatazione che ognuno di quei mattoncini audiovisivi si faceva portatore di un dato incontrovertibile, ovvero che ci fossero degli elementi ripetibili. Ho capito, allora, che quando si parla di Sicilia al cinema alcuni elementi tematici ritornano ciclicamente: una certa immagine della donna, una tendenza a ridere smodatamente, un profondo rapporto con la natura, la difficoltà e la necessità di definire chi siamo noi siciliani. La consapevolezza che, in fondo, nella Sicilia è insito qualcosa di ineffabile, di inafferrabile».

SE LO SCHERMO DIVENTA SPECCHIO. La Trinacria, dunque, a dispetto di un mondo che si evolve velocemente e di una fruizione cinematografica decisamente diversa rispetto al passato, rimane un archetipo letterario assolutamente centrale nell’immaginario dei registi e degli spettatori, per la sua capacità di raccontare storie universali e densamente umane. Caratteristiche che fanno il paio con la poetica di Tornatore: «Io credo – ha affermato il regista in chiusura al suo intervento – che il cinema avrà un futuro fintantoché lo spettatore riuscirà a percepirne la dimensione educativa, quel qualcosa di indefinibile che tocca l’interiorità e ad immedesimarsi nelle vicende che vengono raccontate. Un’attitudine che oggi è divenuta certamente più rara, ma non è il caso di essere troppo nostalgici. Purché non si perda contezza che vedere un film è un’esperienza peculiare, è incontro di visione ed immaginazione. Che i film sono dei prismi attraverso cui congiungersi con la propria sensibilità e imparare a cogliere il senso profondo delle cose».

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