«Ho un sogno». Sessant’anni prima di Martin Luther King Jr., un italiano, il dottor Vincenzo Sellaro, delineava con quelle stesse parole cariche di speranza un ambizioso desiderio coltivato da tempo: la completa integrazione degli italiani nella società americana. Era il 7 giugno del 1905 e Sellaro aveva radunato nella sua abitazione newyorkese un ristretto gruppo di amici, immigrati provenienti da diverse regioni italiane, per dar vita allo strumento per la realizzazione di quel sogno: L’Ordine Figli d’Italia in America (the Order Sons of Italy in America), la più antica, e ad oggi la più grande, associazione di mutuo soccorso rivolta ai nostri connazionali immigrati negli Stati Uniti. L’assemblea del 1905 fu però solo il coronamento di un progetto a cui il dottore di Polizzi Generosa, in provincia di Palermo, si dedicò già dal 1897, quando sbarcò ad Ellis Island.

Vincenzo Sellaro

GLI INIZI. Abilitatosi alla Cornell University Medical School appena un anno dopo il suo arrivo negli Stati Uniti, Sellaro iniziò ad esercitare la professione medica nel cuore di Little Italy a Manhattan. Qui, per far fronte ad una realtà nuova e non sempre accogliente, le comunità di italiani si aggregavano attorno alle diverse identità regionali. Intere strade, e a volte gli stessi edifici, erano linee di demarcazione che separavano i campani dai siciliani, i calabresi dai piemontesi. Tutti, però, accomunati dal persistere di una barriera linguistica che fu spesso causa di seri problemi. L’assistenza medica, notò ben presto Sellaro, ne era uno dei principali: gli italiani non ricevevano cure adeguate per la semplice ragione che non riuscivano a farsi capire dai dottori. Il comitato costituito da medici bilingue, che Sellaro si apprestò a dirigere, contribuì ad attenuare, almeno temporaneamente, il problema. Nel frattempo, però, il dottore si era messo alla ricerca di fondi per la costruzione di un ospedale in cui gli italiani potessero sentirsi a casa. Grazie all’aiuto finanziario delle società di mutuo soccorso – all’inizio del secolo, solo a New York ve ne erano circa duemila – il Columbus Italian Hospital venne completato nel 1902 e Sellaro ne diresse il reparto di ginecologia. 

Il contatto avuto in questa vicenda con le società di mutuo soccorso rappresentò, per il medico siciliano, una vera e propria svolta. Queste associazioni erano un punto di riferimento sia per i nuovi arrivati negli Stati Uniti sia per coloro che, pur risiedendovi da tempo, facevano fatica ad adattarsi alla vita in una metropoli come New York, così diversa dall’Italia rurale. Dall’aiuto nella ricerca di un lavoro e nell’apprendimento della lingua inglese, al supporto economico per le famiglie in difficoltà, le società di mutuo soccorso rappresentavano per molti anche un modo per preservare la loro identità, permettendo loro di continuare a parlare l’italiano e tramandare le usanze dei loro luoghi d’origine. Osservandone da vicino l’operato, Sellaro si convinse che ad essere assente in questi gruppi, spesso caratterizzati da una forte impronta regionalistica, fosse proprio l’unità. Così nacque il progetto di costituire una comunità rivolta a tutti gli italo-americani (e italo-canadesi) nonché ai loro eredi, indipendentemente dalla loro provenienza.

«Abbiamo lasciato la nostra terra natìa per poter sopravvivere e molti credono che la storia ci abbia riservato delle pessime carte da giocare. Essendo noi gli ultimi arrivati in America, abbiamo dovuto patire pregiudizi e discriminazioni»

UNA VITA DA GUADAGNARE. «A prescindere da quale parte della penisola ci ha dato i natali, siamo innanzitutto italiani. Non possiamo continuare a pensarci come sottogruppi di una comunità nazionale – ammoniva infatti Sellaro nel suo discorso del 7 giugno – In questo modo rimarremo deboli». Una posizione di inferiorità rispetto a cui il futuro Supremo Venerabile – proclamato tre settimane dopo durante la prima assemblea officiale dell’OSIA – non nascondeva la propria amarezza: «Abbiamo lasciato la nostra terra natìa per poter sopravvivere e molti – proseguiva – credono che la storia ci abbia riservato delle pessime carte da giocare. Essendo noi gli ultimi arrivati in America, abbiamo dovuto patire pregiudizi e discriminazioni». Non una traccia di autocommiserazione nelle sue parole, ma un deciso incoraggiamento alla risolutezza nel capovolgere la sorte: «Dobbiamo collaborare per il nostro bene comune. Siamo arrivati fin qui, lasciandoci la Patria e le nostre famiglie alle spalle, non per trovare una nuova vita, ma per guadagnarne una migliore». Un riscatto che, nella mente di Sellaro, doveva essere accompagnato dalla restituzione di un debito di gratitudine nei confronti «di questa patria adottiva di cui, con ogni nostra azione e discorso, dobbiamo accrescere la grandezza». In conclusione della sua perorazione, Sellaro faceva professione di pazienza: «Ci volessero ancora cento anni questo progetto vedrà la luce».

Il dottore di Polizzi Generosa sarebbe probabilmente orgoglioso del fatto che i quasi cento iscritti all’Order Sons and Daughters of Italy in America del 1905,  siano diventati oggi circa 600.000, e che gli scopi dell’associazione siano, nel frattempo, cambiati. Dalla società di mutuo soccorso ideata da Sellaro – che si spense nel suo Columbus Hospital nel 1932 – l’OSDIA si è trasformata in una fondazione con scopo benefico aperta anche ai non-italoamericani che promuove i diritti dei ventisei milioni di discendenti di immigrati italiani in Nord America, combatte ogni forma di razzismo e discriminazione, e si impegna nella conservazione dell’identità e della storia della comunità italo-americana.

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