È curioso a dir poco constatare quante nobili parole vengano associate alla guerra. Snocciolate con spiazzante nonchalance dai fautori di ogni conflitto, anche in questi giorni la loro profusione sta rubando la scena tra schermi televisivi e intere pagine di giornali. Libertà, giustizia, soccorso, difesa degli interessi nazionali, operazione preventiva di salvataggio di un popolo fratello da riportare sulla retta via, addirittura religione e approvazione divina. Già, persino la dimensione del sacro è stata asservita allo sforzo linguistico e ideologico degli ipocriti giustificazionisti. Ma questa non è certo una novità. Anzi, l’ulteriore dimostrazione che, parafrasando una celebre pellicola di Tornatore, in ogni avvenimento della modernità c’è sempre qualcosa di antico. Senza scomodare le spade sguainate in nome delle Crociate o le persecuzioni che seguirono alle cosiddette guerre di religione che insanguinarono l’Europa nel corso del XVI secolo – e nemmeno pagine di storia non legate alle vicende del Vecchio Continente – il ricorso a Dio e alla sua fantomatica benedizione bellica è un vizio piuttosto ricorrente della propaganda occidentale. Una stridente e delirante blasfemia, che inneggia al compimento di un progetto santo come se sempre fosse stato scritto tra le pieghe del fato. Ma cosa c’è di divinamente misericordioso nella negazione della pace? E con quale diritto, sostituendosi a quello stesso Dio per ammantare di ineluttabilità delle azioni più spietate, si decide sulla vita e sulla morte di un innocente? Domande che tormentano il nostro sbigottimento quotidiano, che assalgono la nostra inerme impotenza, e che già attanagliarono straordinari artisti come Goya o Picasso, tristemente avvezzi al sibilo allo schioppo dei caricatori e al tonfo delle bombe. Domande che tormentarono anche il nostro Renato Guttuso, che al tema della guerra, nei difficilissimi anni conclusivi del Secondo conflitto mondiale, dedicò un’intera serie di dipinti. Dai quali emergono, con tutta la loro carica di inquietudine, gli stessi incubi del presente.

Gott mit uns. Ovvero Dio è con noi. Fu questo il titolo che il pittore di Bagheria assegnò alla raccolta di disegni e acquerelli pubblicata su Il Saggiatore nel 1944, che testimoniava le atrocità commesse dai nazisti durante la loro presenza sul suolo italiano. Un atto di accusa significativamente lanciato in tedesco, la lingua degli odiati aguzzini, con un riferimento ben preciso, che andava oltre una semplice manifestazione di disprezzo per la crudeltà dei soldati teutonici. La citazione, infatti, si rifaceva al motto utilizzato dalle SS – e ancora prima dai proclama imperiali – durante le loro operazioni militari, tanto simbolicamente rilevante da campeggiare in bella vista sulle fibbie delle loro cinture. Quasi a voler ulteriormente beffare, annientare fino all’ultimo tremebondo sguardo le vittime dei propri fucili. Vittime come quelle ritratte da Guttuso in Fucilazione a Roma, nel quale gli ultimi istanti dei civili condannati a morte si dilatano fino a rappresentare un eterno supplizio. Su un terreno quasi interamente inondato di rosso, sinistra prefigurazione del sangue che sta immotivatamente per scorrere, intravediamo i loro volti scavati dalla disperazione, deformati dal terrore e dall’incredulità. Dietro di loro, costretti ad assistere al perverso spettacolo, altri corpi persi nella moltitudine del dolore. Delle vittime ogni dettaglio ci è noto: l’abito discinto rimasto a coprire un corpo martoriato, un cappello a cui uno di loro si aggrappa quasi come a un feticcio, la rassegnazione di chi piega il capo in attesa della sentenza. Scene di ieri, che oggi si ripetono nello sguardo disorientato di un bambino che attraversa confini sconosciuti sotto la neve sferzante, nei primi piani di donne in cerca di un pasto caldo, nelle strade riempite da barricate di fortuna. Dei carnefici, invece, non traspare nulla: solo la posa fatale, ritratta di spalle, impersonale, fulminante. Mostri senza volto, coperti nelle loro divise mortali, sorretti solo da una fanatica idea di dovere. Perché il carnefice non è che questo: il tramite di una follia che non è stato lui ad architettare. La mano che spara, sgancia, indica e distrugge senza coscienza.

A loro, e al burattinaio che li ha dispiegati, alla pretesa di presentare il conflitto alla luce di una ragionevolezza addirittura sovrannaturale, Guttuso rivolse il proprio strale. Alla brutalità travestita da resa dei conti, alla perdizione soprannominata come salvezza di individui, popoli, nazioni da convertire. A tutti quei comandanti, generali, imperatori, Re, Zar e malati di onnipotenza che scomodano Dio e i più alti valori dell’umanità per dare alla barbarie una ragion d’essere. Un po’ come fece, guarda caso, l’Impero Russo, che di Gott mit uns fece anch’esso il proprio motto.

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