Nella notte di ieri, 9 dicembre 2020, è scomparso – dopo aver contratto il Covid – all’età di 89 anni il giornalista Tony Zermo. Storica firma del quotidiano “La Sicilia” fu testimone di alcuni dei principali avvenimenti del ‘900, Lo ricordiamo proponendo una sua intervista estratta dal catalogo della mostra “L’isola che non si arrende 1968 – 1969” che la nostra redazione ha curato per conto della Fondazione Domenico Sanfilippo Editore.

L’INTERVISTA

LA TRAGEDIA DEL BELICE

di Giorgio Romeo

Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 un violento terremoto scosse la Valle del Belìce, provocando 231 morti e circa 600 feriti e cancellando interi paesi. La tragedia, che sconvolse e commosse l’intera nazione, fu raccontata dal quotiano “La Sicilia” con ampi reportage e documentazione fotografica. Lo storico inviato del quotidiano, Tony Zermo, è stato tra i primi – insieme al collega Candido Cannavò – a mettere piede tra le macerie dei paesi, andati completamente distrutti. 

Cos’ha significato per lei da giornalista raccontare la tragedia del terremoto del Belice? 
«È stata un’esperienza forte, traumatica, che ricordo ancora con viva commozione. Oggi il Belice ha perso l’anima: ci sono i nuovi edifici, i comuni rinnovati, ma dentro non c’è nulla. I paesi sono vuoti e la popolazione la domenica va in processione al cimitero per trovare i propri congiunti e pregare sulle loro tombe». 


Gibellina, 1969, Il piccolo Franco, sopravvissuto al Terremoto del Belìce, con gli inviati de La Sicilia Candido Cannavò e Tony Zermo.  (Archivio Fotografico fondazione Domenico Sanfilippo Editore)

Appresa la notizia del terremoto, quale fu la vostra reazione in redazione? 
«Il fondatore del giornale, Domenico Sanfilippo, resosi conto dell’enormità del fatto, organizzò con grande solerzia una spedizione. Chiese a me di andare a Gela, dove mi attendeva l’elicottero dell’Agip per andare nelle zone dell’agrigentino, e a Candido Cannavò di recarsi in aereo a Trapani per raccontare come il terremoto aveva impattato su quegli altri paesi». 

Come si svolse la spedizione? 
«Era notte e non si vedeva nessuna luce. Le linee elettriche erano state distrutte dal terremoto e non sapevamo come orientarci, finché il comandante individuò la spiaggia di Sciacca. Atterrammo dal mare, col gommone che si fermò sulla battigia. Il paese più vicino a 30 km, era Montevago. Mi ci portò un soldato che guidava una camionetta militare e che per tutto il giorno aveva trasportato feriti e cadaveri all’ospedale di Sciacca. Quando salì a bordo mi accorsi che il sedile era bagnato, lo toccai con una mano e la rialzai piena di sangue». 

Cosa le si presentò davanti una volta arrivati a Montevago? 
«Era piena notte, mi accolse un capitano dei carabinieri; mentre parlavamo sentii delle grida d’aiuto, dei rumori provenienti dai resti delle case. Chiesi cosa potevamo fare, ma lui mi rispose che senza luce era impossibile e troppo rischioso soccorrere quella gente che ci stava morendo davanti. L’indomani assistetti all’estrazione di molti cadaveri: erano tutti imbiancati, per via dei calcinacci che gli erano piovuti addosso; avevano serrato i pugni sopra la testa per cercare di proteggersi. Morirono così, come pietrificati in una posizione che sembrava vederli gridare vendetta contro la malasorte». 

E il soccorso ai sopravvissuti, come procedeva? 
«A loro non si dava la giusta assistenza. Ci fu un notevole ritardo nei soccorsi e scrissi diversi articoli attaccando la base Nato di Sigonella, invocando un aiuto da parte dei loro mezzi. Come se non bastasse, quando i camion con i viveri arrivavano, spesso gli aiuti finivano ad appannaggio esclusivo dei pochi che si trovavano all’ingresso dei paesi non venendo equamente distribuiti». 

Com’è proseguita la narrazione di quel dramma sul giornale? 
«Raccontammo delle storie. Mentre i funzionari del ministero dell’Interno cercavano di convincere la gente ad andare via, noi continuavamo a girare per i paesi. A Gibellina Candido trovò un bambino salvato da un pompiere dopo trenta ore sotto le macerie. Fu un vero miracolo e il giornale fece una sottoscrizione per comprargli una casa». 

Chi era “Cudduredda”? 
«Era una bambina dolcissima, tirata fuori dalle macerie e morta in ospedale dopo tanti giorni di agonia con la madre che le teneva la mano. La sua tragedia divenne una ballata, che veniva suonata con l’organetto di Barberia. Noi raccontammo la sua triste storia sul giornale, e mi commuove ancora molto pensarci oggi. Il Belice è stata un’esperienza molto forte e la memoria è rimasta ancora viva». 

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