Il presidente del Parco Nazionale dell’Aspromonte, Giuseppe Bombino: «Contro gli incendi abbiamo sviluppato un sistema innovativo e la presenza degli studenti universitari nei boschi aumenta la consapevolezza del patrimonio da parte dei residenti»

In un momento storico in cui la devastante furia incendiaria dell’uomo sta mandando letteralmente in fumo il patrimonio boschivo di tutto il Paese, cosa è possibile fare per cambiare il modo in cui questo viene percepito? Se da un lato le nuove traiettorie dell’economia internazionale sono sempre più orientate alla valorizzazione sostenibile del territorio, dall’altro le ripercussioni della sfrenata ricerca di capitale che abbiamo vissuto negli ultimi decenni continuano a fare capolino nel nostro quotidiano. Per rendercene conto è sufficiente pensare a come la posizione del presidente USA Donald Trump sulle questioni ambientali riscuota un ampio numero di proseliti nonostante sia stata osteggiata da studi scientifici di tutto il mondo. Riportando la questione a una dimensione locale – in particolare a quella di un Sud Italia che dal dopoguerra in poi ha visto la popolazione rurale dapprima emigrare verso le città industrializzate e poi sfruttata dalla grande distribuzione – quali sinergie sono necessarie per un cambiamento radicale d’intenzioni, che porti a un concreto futuro per le nuove generazioni? Ne abbiamo parlato il prof. Giuseppe Bombino, docente presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria e attuale Presidente del Parco Nazionale dell’Aspromonte, che ci ha spiegato come proprio in Calabria sia in atto un modello virtuoso, che prende le mosse da una serie d’iniziative come l’istituzione di una rete di “pastori – sentinella” rivelatasi particolarmente efficace nella prevenzione agli incendi e le attività organizzate dal Dipartimento di Agraria, che ogni anno conducono gli studenti all’interno del Parco per delle esercitazioni in bosco.

Il prof. Giuseppe Bombino

In uno scenario che sta vedendo i boschi di tutto il Paese bruciare, come si presenta oggi il Parco dell’Aspromonte? E cosa si sta facendo per contrastare questo fenomeno?
«Il Parco dell’Aspromonte, da qualche anno, sperimenta un “modello innovativo” nella prevenzione degli incendi boschivi basato sulla “costruzione” di una trama umana costituita da uomini e donne che vivono e operano. La nostra Campagna Antincendi Boschivi, infatti, prevede il coinvolgimento delle Associazioni di Volontariato e di Protezione Civile del territorio, degli Agricoltori e dei pastori. A questi ultimi, poi, e alla loro Opera, abbiamo voluto restituire onore e dignità. È una vera e propria filosofia, infatti, quella che ha dato origine al progetto Eco Pastore-Sentinella del Parco; è stato un voler “ritornare alle origini storiche, culturali, e antropologiche” di quell’umanità che più intimamente vive la realtà del Parco, fruisce delle sue risorse e probabilmente meglio ne conosce le criticità. L’obiettivo che ci si propone è duplice: da un lato, il progressivo recupero dell’antico rapporto uomo-natura e, dall’altro, la restituzione della dignità professionale ed economica a una figura, quella del pastore appunto, troppo spesso relegata ad un ruolo sociale del tutto marginale e poco gratificata dal punto di vista monetario».

In che modo viene quindi ridefinita la figura del pastore? E come sono stati coinvolti gli aderenti al progetto?
«Il coinvolgimento del pastore nella prevenzione degli incendi contribuisce a spogliare questa figura dal mero ruolo di conduttore e custode di greggi, investendolo di un compito più articolato: quello di osservatore dell’ambiente e sentinella, impegnato in un’azione di presidio del territorio che in realtà nel passato egli ha sempre svolto, mosso da una consapevolezza, una condivisione e rispetto dei tempi e degli eventi della natura che purtroppo ai giorni nostri non si ravvisano quasi più, soffocati da altre e più pressanti esigenze e dalla carenza di sensibilità verso le problematiche ambientali. Sono decine i pastori che hanno deciso di collaborare con il Parco; a essi viene riconosciuto un premio, proporzionale al risultato conseguito, se collaborano a tutelare le aree che vengono loro assegnate. Gli stessi incentivi vengono riconosciuti alle associazioni di volontariato ed agli agricoltori».

Lago di Zomaro, Cittanova – Foto Enzo Galluccio / Parco Nazionale dell’Aspromonte

A proposito delle associazioni di volontariato, in che modo queste si sono relazionate al Parco?
«Insieme ai “custodi del bosco” siamo riusciti a creare un circuito virtuoso: loro hanno trovato in noi interlocutori attenti e disponibili; noi abbiamo ricercato e individuato in loro risorse umane e professionali di fondamentale importanza per costruire una tessitura umana. È un lavoro che deve coinvolgere ogni intelligenza, ogni espressione. Le direttive per difendere il nostro patrimonio boschivo dagli incendi sono tutte racchiuse nel disegno di un progetto elementare, entro cui è inscritto un Aspromonte “delimitato” dai suoi confini fisici e amministrativi, sede di interventi e progettualità, e un altro Aspromonte, invece, che non ha confini, dove sperimentare idee e intese. I risultati sono stati ad oggi incoraggianti: zero incendi dal 2014 al 2016. Anche quest’anno, nonostante la straordinarietà dell’emergenza in cui ci troviamo, trascurabili sono, al momento (inizio agosto ndr), i danni registrati all’interno della nostra Area Protetta».

Parliamo delle attività delle Esercitazioni in Bosco svolte dal Dipartimento di Agraria, svoltesi a maggio per la seconda volta. Qual è a suo avviso la valenza di un progetto come questo? È possibile, proprio in un momento in cui l’incuria dell’uomo viene additata come causa della distruzione del nostro patrimonio ambientale, elevare a esempio delle attività del genere?
«Quest’esperienza a carattere residenziale, oltre ad offrire agli studenti l’opportunità di “perfezionare” il percorso formativo con conoscenze pratiche ed applicative, consente loro di confrontarsi “in campo” con i docenti, con le Guide Ufficiali del Parco e con esperti della montagna, con professionisti e imprenditori del settore forestale. Il bosco si trasforma così in un “luogo eletto” dove è possibile osservare la natura, studiarla e interpretarla, applicando e verificando in situ, in modo interdisciplinare, le nozioni già apprese nei corsi, sui libri o in aula. Il bosco è un grande ed affascinante laboratorio; è, al tempo, metafora e simbolo della “ricerca” delle nuove coordinate e delle aspirazioni. Gli studenti del Corso in Scienze Forestali e Ambientali hanno, dal canto loro, un’attitudine e una particolare sensibilità nei confronti delle problematiche ambientali, confermata dalla scelta che hanno compiuto iscrivendosi ad un Corso di Laurea così caratterizzante. L’esperienza in bosco esalta e rafforza la loro idea, ne amplifica i significati e diviene motivo di discussione e diffusione sui social. Ciò che abbiamo osservato e registrato, inoltre, è il coinvolgimento della comunità locale a questo tipo d’iniziativa».

Vallata delle grandi pietre, San Luca – Foto Enzo Galluccio / Parco Nazionale dell’Aspromonte

Come, esattamente?
«Vedere i giovani addentrarsi nei boschi per motivo di studio, assistere ai loro spostamenti, osservare le loro attività aumenta la consapevolezza, della popolazione residente del valore e dell’importanza dell’ambiente naturale. I momenti d’incontro pubblico nelle diverse località dell’Area Protetta hanno ulteriormente sancito questo coinvolgimento, la cui continuità avrà ricadute positive sul territorio e sulla comunità. Il rapporto diretto con le imprese, i professionisti, gli operatori e con gli stessi funzionari e guide del Parco ha offerto a studenti e popolazione residente l’opportunità di condividere “spazi e idee” in un confronto che ha visto al centro delle argomentazioni quotidiane, sia dentro, sia fuori dal bosco, i temi dell’ambiente e della natura».

In che modo le nuove generazioni potranno valorizzare le risorse ambientali e forestali della Calabria?
«Sono le traiettorie dell’economia mondiale a indicarci la giusta direzione: sempre più costante è infatti il richiamo ai fattori primitivi che portano alla valorizzazione sostenibile delle risorse del territorio. Quel tipo di economia troppo presto abbandonata adesso sembra essere rimasta la nostra unica salvezza. E noi qui siamo in una posizione di vantaggio perché non abbiamo mai abbandonato l’identità dei nostri luoghi e le peculiarità dei nostri territori bensì, anche per un evidente segno di arretratezza, ne abbiamo mantenuto intatte le caratteristiche più autentiche. Ed è qui che entrano in gioco i nostri giovani che dovranno essere protagonisti, “driver” di processi innovativi e rivoluzionari: partendo dalla nostra arretratezza dovranno trasformarla in ricchezza».

In che modo questo contesto potrà quindi diventare per i giovani una prospettiva concreta in ambito lavorativo?
«Il Parco Nazionale d’Aspromonte può essere oggi il luogo delle opportunità per il territorio, laddove si voglia produrre il fine della tutela e della valorizzazione delle risorse naturali e paesaggistiche in esso presenti, laddove si voglia fare ricerca e costruire opportunità di impresa per quei giovani che investono sull’ospitalità, sull’accoglienza, sulla realizzazione di quel sistema di beni e servizi di cui si sente la necessità. Abbiamo detto ai giovani che intorno al “valore” della conservazione si può immaginare ed inverare la vera opportunità di sviluppo e di ricchezza, la solida e più duratura occasione di occupazione. E questo non lo dico io, ma lo suggeriscono le più accreditate teorie ed i principali indicatori economici, che individuano nelle “infrastrutture verdi” e nell’Ambiente la soluzione alla crisi economica che soffoca l’Italia ed il mondo. In una terra come la nostra, dove le questioni, spesso, vengono risolte con qualche contributo o con quell’approccio assistenzialistico che ha illuso intere generazioni, far passare il messaggio che occorra investire, credere e fare impresa intorno al valore della conservazione non è semplice, perché “chiama” ciascuno di noi ad una responsabilità e ad agire per cambiare lo status quo».

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