Il blues unisce
Sicilia e Africa

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Al Marranzano World Fest di Catania ha debuttato il progetto dell’Associazione musicale etnea che fa incontrare il cantastorie rock Cesare Basile con la musica del deserto. I paladini duellano con i guerrieri tuareg, il dialetto siciliano si confonde con la lingua tamashek

Lui è l’uomo della cenere, arroventata dalla lava dell’Etna.
L’altro è l’uomo della sabbia, infuocata dal sole del Sahara.
Lui è l’uomo in nero. Nero come la lava del vulcano.
L’altro è l’uomo in blu. Blu come il cielo del deserto.
Lui è un ribelle, un anarchico che combatte il principio di autorità, che ha rifiutato un Premio Tenco in solidarietà con il Teatro Valle occupato.
L’altro è un guerriero, prima in lotta per l’indipendenza della sua terra, l’Azawad nel nord del Mali, ora contro l’incombente terrorismo jihadista.
Lui è nomade per rabbia. Ha lasciato la sua terra, la Sicilia, per girovagare nella Berlino post-Muro e nell’underground milanese. Tornato nel 2001 nell’amata e odiata città di lava e umori nordafricani, si è riconciliato con le sue origini fino a riscoprire il dialetto.
L’altro è nomade per nascita, come tutti i Tuareg. Come un cowboy del deserto cavalca cammelli, vive sotto una tenda e beve tè.
Lui è il Johnny Cash siciliano.
L’altro è il Keith Richards africano.
Lui è Cesare Basile, l’altro è Sanou ag Ahmed. A unirli è il blues. Lo stesso miracolo che la musica degli schiavi africani concepì verso la metà degli Anni Cinquanta dando origine al rock’n’roll dall’unione con il country’n’western, si ripete nell’incontro tra il catanese e il maliano. La Sicilia gemella antica dell’Africa, temuta, scacciata oggi.

Entrambi possiedono il dna del blues. Niente plettri. Come bluesman di tempi ormai andati hanno bisogno di sentire le corde con le dita nude. Ed è così che creano la magia. Giocando con il vento caldo che passa di tanto in tanto ad accarezzare le corde delle loro chitarre.

Cesare Basile, metà guru, metà vecchio ribelle, ha incanutito la barba, suona con la saggezza del maestro punk. Non gli serve molto per addensare l’atmosfera attorno a sé, gli bastano la chitarra e la sua voce, come ad ogni vero bluesman, come a un cantastorie. E in fondo tutti i suoi otto album sono un lungo blues, anche se certamente Basile non è un’artista di genere. È un blues dai suoni acidi, inaridito, nomade. Ritmi africani e voce richiamano monodie ipnotiche e concentriche. «Nel corso del tempo, album dopo album, ho cercato di asciugare le canzoni, di renderle più semplici, perché credo che una canzone è buona se non ha bisogno di sovrastrutture, se la puoi cantare con voce e chitarra. Oggi mi sento più vicino al folk che al rock» confessa l’artista catanese.

Canzoni d’amore e di tempesta. Come il talking blues d’apertura, un pugno nello stomaco al ministro dell’Interno, «che a furia di sparare alle spalle delle persone, alla fine le spalle dovrà guardarsele davvero». O quando, con “Ntra mennula e aranci”, rivanga vecchie storie come quella dei braccianti uccisi ad Avola nel 1968 e dei due sacchi di proiettili raccolti dal sindaco della cittadina del Siracusano. O quando racconta la morte di Gesù bambino annegato come tanti dei piccoli migranti in fuga dagli orrori della guerra, delle persecuzioni e della miseria. Canzoni che vanno nel profondo attraverso la poesia, suscitando forti empatie emotive.

Sanou ag Ahmed
Sanou ag Ahmed

«Molti giovani fuggono dal Mali» fa eco Souna. «I nostri territori sono stati invasi da terroristi e banditi, quindi molte persone hanno dovuto evacuare. La maggior parte è in esilio in Niger, Algeria e Burkina». Souna gratta la sua chitarra. Un ritmo in un ritornello, un’armonia malinconica, una semplicità e una profondità che ricordano i maestri del Delta, con i profumi dello gnawa trance di Ali Farka Toure. Non una banale imitazione: tra la musica tradizionale tuareg e il rock-blues e le sonorità elettriche sembra esserci una affinità profonda, e in questo contatto la musica tradizionale dei nomadi del deserto ne esce non edulcorata, ma riportata alla contemporaneità ed esaltata. Anche il rock sembra guadagnarci, ritrovando una ragion d’essere e nuova linfa. Ogni suono ha la cadenza e l’importanza che in culture contaminate dall’incessante scorrere del tempo non riescono a trovare la giusta eco da molto, troppo tempo. Nell’ambiente desertico, questa si estende ben oltre lo spazio visibile. Ma nessun suono è davvero perso nel deserto.

La sua musica per chitarra elettrica, ipnotica, avvolgente e blues, suona nelle cuffie di alcuni dei più importanti musicisti del mondo. Ha ispirato Thom Yorke dei Radiohead a scrivere “The Clock. L’ex Led Zeppelin Robert Plant ha detto di aver scoperto nel blues del deserto un’epifania: «Ho sentito che questa era la musica che cercavo da tutta la mia vita».

I paladini e i sarracini di Cesare Basile s’incontrano con gli spiriti del deserto evocati da Sanou. Il dialetto siciliano si confonde con la lingua tamashek. Fino alla creazione di un inedito, composto a quattro mani, intitolato a Messina, città il cui nome in tamashek corrisponde a uno spirito venerato dai tuareg. «Una canzone nata in tre giorni di prove nel mio studio» racconta Basile. E senza l’altro cuore dei Terakaft, Liya Ag Ablil, zio di Sanou, meglio noto con il soprannome di “Diara guerriero”, rimasto nel deserto algerino per un passaporto illegibile.

A far da testimoni a questo connubio, la batteria e i tamburi cupi di Massimo Ferrarotto e, in un brano, l’incendiario marranzano di Luca Recupero. Manca forse una voce femminile, spesso presente nella musica tuareg come nei dischi del siciliano. Il progetto, curato dall’Associazione musicale etnea di Biagio Guerrera e che ha debuttato al Marranzano World Fest di Catania, è d’altronde un work in progress che potrebbe continuare il prossimo anno con un disco e un tour.

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