Sugnu puvureddu
e vegnu do paisi:
la Sicilitudine
di Litterio Scalisi

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Il personaggio nato dal genio di Enrico Guarneri da tanti anni accompagna i siciliani con la sua comicità immediata, popolana, a volte volutamente caricaturale. Ma, senza dimenticare che si tratta pur sempre di un personaggio letterario, siamo sicuri che sotto questa patina colorita non si nasconda il simbolo ben studiato di un modo di intendere la vita più diffuso di quanto immaginiamo?

«Guadagno 41 euro al mese e 60 gliene metto di benzina per scendere dal paese: quanti me ne restano?» È questo uno dei tanti grotteschi, paradossali motti che contraddistinguono Litterio Scalisi, probabilmente la figura che più di ogni altra si staglia nell’immaginario isolano quando si parla di comicità. Una singolare empatia, infatti, ci lega alle sue mirabolanti avventure sempre in bilico tra un’incombente tragedia e sorprendenti conclusioni. Insomma, diciamolo: un pezzetto di Litterio vive in ognuno di noi ed è proprio questo legame a farcelo percepire come metafora nella metafora, cioè come incarnazione letteraria della Sicilia stessa, anch’essa luogo mitico per eccellenza. Quali sono, allora, questi punti di contatto che ci accomunano al pittoresco personaggio nato dal genio di Enrico Guarneri?

In primo luogo, l’essere un’infallibile calamita per surreali disgrazie, quelle che ti fanno sospirare chiedendoti “ma tutte a me?”, a prescindere dalla loro effettiva gravità. Per Litterio, e per il siciliano in generale, anche il minimo intoppo, se si verifica nella giornata sbagliata, è indizio di una congiura cosmica che lo vuole vittima prediletta dei suoi capricci. Così una macchina che non parte, un incontro equivoco, un diverbio in famiglia con una moglie non troppo accomodante possono assumere un contorno di vicende mitologiche, di odissee senza fine e di matasse ingarbugliate. Eppure, in questo regno del caos che sembra la vita del siciliano, quasi per effetto sovrannaturale, Litterio trova sempre, con l’ingegno di chi ne ha viste tante, l’àncora di salvezza che lo trae d’impaccio, la battuta di spirito che, in un attimo, disintegra ogni preoccupazione in nome del “dove mi piove mi scivola”

 

Ed è proprio questo un altro dei punti di forti del sig.Scalisi: il saper andare oltre ogni difficoltà, sdrammatizzando la vita a suon di risate. Un atteggiamento all’insegna dell’ingenuità e della finzione letteraria, verrebbe da pensare: ma il riso dei siciliani, di cui Litterio sembra essere un capostipite esemplare, cela una concezione della vita ben più complessa. Ridere significa convivere con la rassegnazione di chi sa che non avrà mai vita facile, di chi sa che per un problema risolto un altro già lo aspetta al varco, di chi sa, in fondo, che per non sprofondare tra le sabbie mobili della realtà e la sensazione interiore che nascere in quest’isola rende tutto un po’ più difficile, non si può far altro che appellarsi all’umorismo. Una forma di difesa che, molto semplicemente, consente, a Litterio e a noi, di arrivare alla fine di ogni giornata nonostante gli ostacoli sembrino insormontabili.

In questa breve carrellata di peculiarità isolane, non può mancare il tema del rapporto con le donne. Litterio, da buon siciliano, subisce inesorabilmente il fascino della figura femminile, quasi inarrivabile nella sua prosperità. E non è un caso che i suoi racconti al riguardo siano esagerati, impossibili perché quasi onirici. È la marca siciliana dell’amplificazione, dell’estensione di un approccio che non si è mai verificato, di una conquista fallita, di una ricerca cavalleresca senza frutti. Ma tutto ciò non ha importanza: Litterio e i siciliani godono della loro maestria nel raccontare storie, del loro immaginarsi indomabili latin lover che piuttosto che fare stragi di donne preferiscono romanzare, un po’ per ammorbidire l’amarezza di un rifiuto, un po’ perché, naturalmente, siamo portati a sentirci personaggi noi stessi di quella grande opera che è la vita in Sicilia. Sotto la superficie di una comicità rustica, di borgata, Litterio, anche se non sempre è stato segnalato a dovere, possiede l’insieme delle trame esistenziali siciliane e questo suo essere simbolo, modello di una certa attitudine lo rende estremamente universale persino esprimendosi in dialetto. Toh, i miracoli della letteratura.

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