Alla luce dei toni e dei pesanti giudizi espressi da più parti sulla volontaria recentemente rientrata in Italia occorre interrogarsi sulla responsabilità delle istituzioni nel controllare il flusso di informazioni, evitando così il linciaggio mediatico

In una condizione già provante per i mesi di distanziamento sociale imposti dall’emergenza Covid-19, le nostre sensibilità sono state scosse da un improvviso sentimento di sdegno, che ha reso invece desiderabile un tipo diverso di distanziamento, ma di natura morale. Orde di “odiatori”, sia essi fossero anonimi incattiviti, parlamentari “disonorevoli” o giornalisti affatto responsabili, si sono impegnate nel partorire giudizi indecorosi e violenti sulla vicenda della giovane Silvia Romano, rapita per 18 mesi dal gruppo terroristico di Al Shaabab in Africa e rientrata recentemente in Italia.

I motivi dello sbigottimento di fronte ad un’operazione così aggressiva, per chi volesse servirsi del senno, si comprenderebbero facilmente, se venisse riconosciuta la ragionevole impossibilità di sapere cosa possa essere avvenuto, in un periodo così lungo e delicato di sospensione della libertà e di oppressione psicologica; di certo, Silvia Romano avrebbe meritato ben altra salvaguardia della sua privacy, una volta concluso quel periodo. Pare oltremodo ridicolo interrogarsi, scandalizzarsi o difendere una presunta conversione, perdipiù avvenuta in uno stato di restrizione: essa non dovrebbe affatto costituire oggetto di dibattito pubblico.

Risulta necessario ricordare agli “odiatori” di Silvia lo stato di prostrazione a cui viene sottoposto comunemente chi si ritrovi in una condizione di prigionia non ricercata (e, in verità, pure quando si sia rei, se mancasse una prospettiva di riabilitazione umana e sociale). Nella storia il problema della prigionia, della tortura (compresa quella psicologica) e delle loro conseguenze, d’altronde, ha occupato secoli e pagine di riflessione. Sarebbe consigliabile, a chi ha marchiato Silvia Romano di offensività, rileggere le pagine di civiltà giuridica e umana di Thomasius, Beccaria, Pellico, Filangieri, Verri, Voltaire o di Jaucourt, ad esempio, o soffermarsi sugli studi di psicologia riguardo ai meccanismi e alle dinamiche di coscienza di chi si trova costretto alla cattività come ostaggio. Potrebbero pure scoprire che le scritture dei prigionieri di guerra italiani del Novecento non erano differenti da quelle dei libici confinati nelle colonie penali dagli “italiani bravi gente” negli anni ’10 del secolo scorso: erano gli stessi le speranze, i timori, le percezioni, pur nelle differenti ragioni di chi era costretto alla prigionia forzata. Sono solo spunti su una lunga letteratura in materia.

Ha sbalordito, tra gli altri, il riferimento elaborato da un direttore di testata, che paragona il rientro di Silvia a quello di un ipotetico internato nei lager, in uniforme nazista. È un’affermazione disarmante e storicamente pressapochista: come si può paragonare un rapimento a scopo estorsivo da parte di un’organizzazione terroristica all’umiliazione e alla deportazione omicida di uomini e donne di origine ebraica da parte di un regime totalitario? Come si può accomunare il lungo velo indossato da Silvia Romano, su cui si può culturalmente dibattere, ad una divisa marziale? Silvia sarebbe dovuta essere protetta tanto dalle maldicenze e dal pettegolezzo privato, quanto dal ritrovarsi simbolo di uno scontro di civiltà “caciarone”, sempre pronto ad assoldare militi, meglio se noti, e a condannare mancati patrioti, contro un nemico sempre fuori mirino.

Sarebbero dovute essere le istituzioni, onorando la primaria funzione di protezione e sicurezza, a garantire che le informazioni sulla ragazza fossero preservate.

La responsabilità della politica, che viene talvolta richiamata in maniera banale e pretestuosa, stavolta è dunque apicale. Non è accettabile che sia stato allestito uno show in favore di telecamera tv e diretta social sulle pagine di esponenti del governo, strumentalizzando gioie e dolori privati. Sono state date in pasto alla ferocia dei media una storia e delle immagini complicate di abusi e libertà, che sarebbero dovute essere state presentate e raccontate diversamente, secondo la vecchia categoria del riserbo. Garanzia e sicurezza, quando disattese, costituiscono il tradimento della necessità stessa dello Stato liberale: e non occorre scomodare Spinoza per conoscere che la libertà stia solo nella sicurezza di poterla esercitare entro una comunità statale. La probabile assegnazione di una scorta, in ragione delle minacce ricevute dopo l’esposizione alla pubblica morbosità, è prova di un desolante fallimento.

La politica è rappresentanza e ad essa si chiede di governare gli eventi e i fenomeni, non di emozionare il pubblico. Liberateci dallo show: non meritiamo l’entertainment di una emotionalpolitik che non risparmia latitudine e credi, ma che sconcerta per la vanagloria ed i paternalismi bipartisan dei suoi protagonisti.

Silvia Romano dovrebbe far proprie le laconiche parole di Tommaso Campanella, torturato eccellente della storia e mente finissima del Rinascimento: “Se torni in terra, armato vien’, Signore,/ch’altre croci apparecchianti i nemici,/non Turchi, non Giudei: que’ del tuo regno”.


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