Il caso Farm di Favara,
utopia reale di Bartoli
«Il segreto? Ho agito»

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Vecchie case divenute sedi di locali e B&B, installazioni di artisti da tutto il mondo, cortili ripuliti e divenuti giardini. In pochi anni il parco culturale creato da un notaio quarantenne, come tanti suoi conterranei in procinto di emigrare, ha trasformato una cittadina vicino Agrigento da desolato vuoto urbano a piccolo miracolo di rinascita

Uno dei problemi più dibattuti della contemporaneità siciliana è il progressivo e incessante spopolamento di molti centri urbani, caratterizzati da mancanza di attrattive sia lavorative che sociali, quei paesi e città da cui intere generazioni di cittadini scappano. In questo scenario, frutto di anni di cambiamenti, quelli che prima erano i centri storici diventano strade fantasma sbiadite e, nei casi più estremi, un mix di vecchie case diroccate e nuove costruzioni accostate a forza. Questo è ancora un po’ quello che si vede oggi a Favara, cittadina vicina ad Agrigento che dal 2010 sta vivendo una progressiva e inarrestabile metamorfosi che l’ha resa meta di artisti e turisti da tutto il mondo.

Il caso “Farm Cultural Park”, primo parco turistico culturale costruito in Sicilia, ha scosso molte menti e ha dato speranza a chi ha sempre pensato che investendo su arte e cultura e prendendosi cura del proprio territorio si possa invertire una tendenza che sembra ormai consolidata. In occasione del “Farm Film Festival”, festival internazionale di cortometraggi che si svolge ogni anno in estate alla Farm, abbiamo avuto il piacere di incontrare colui che, otto anni fa insieme alla moglie Florinda Saieva, ha deciso di dare inizio a questa magnifica realtà, il notaio Andrea Bartoli.

A Favara la coloratissima Farm convive con i vecchi edifici mai rifiniti. Foto scattata da Centro Studi Arti Visive
A Favara la coloratissima Farm convive con i vecchi edifici mai rifiniti. Foto scattata da Centro Studi Arti Visive

SCEGLIERE DI RESTARE. Tutto è nato da una scelta ben precisa che in molti si sono ritrovati o potrebbero ritrovarsi a fare: abbandonare il proprio paese e cercare fortuna altrove o restare? Per Andrea Bartoli e la sua famiglia la scelta è stata decisiva e consapevole: «Compi 40 anni e ti rendi conto che probabilmente nessuno ti cambierà la vita e che devi metterci un po’ del tuo per farlo. Prima che nascesse la Farm io e la mia famiglia stavamo pensando se trasferirci a Parigi e ci trovavamo di fronte a un bivio. Decidemmo di tornare a vivere qui a una condizione, smettere di lamentarci e agire, senza aspettare che qualcuno ci cambiasse la vita». La prospettiva che il notaio Bartoli propone è molto diversa da quella usuale e pone al centro la volontà di mettersi in gioco in prima persona: «La soluzione più semplice sembra quella di andare via, ma io credo che le città periferiche, considerate un po’ “sfigate”, dove manca tutto, sono quelle che probabilmente possono darti l’occasione di fare qualcosa di grande. L’unico impegno dovuto in quanto cittadini, non è solo fare il proprio lavoro, ma anche impegnarsi a migliorare il luogo in cui si decide di vivere».

«La seconda utopia? Coinvolgere i cittadini per combattere povertà ed emarginazione»

I cortili di Favara, dall’abbandono a nuovi luoghi di aggregazione. Foto scattata da Centro Studi Arti Visive

NORMALI DIFFICOLTÀ. Camminando tra le stradine dei sette cortili di Favara, cuore della piccola rivoluzione innestata da Farm, si ha la piacevole sensazione che quanto si stia vedendo sia “normale”, e questo non perché quanto realizzato non sia notevole, ma perché l’innesto nella città è stato così graduale e ben fatto che pare come se in ogni centro storico abbandonato si possa riportare la stessa voglia di ricostruire. Ci sono vecchie case divenute sedi di locali e B&B, installazioni di artisti da tutto il mondo, cortili ripuliti e divenuti giardini. Il piccolo miracolo della Farm è proprio quello di instillare l’idea che migliorare la vita anche nella tua piccola città di provincia rovinata da anni di abbandono e menefreghismo sia possibile. Ma come spiega lo stesso fondatore, le difficoltà ci sono state e ci sono ancora: «La prima grande difficoltà è sfondare il muro di diffidenza della gente, che persiste ancora nel tempo. Le difficoltà, specie quelle economiche, ci hanno però permesso di avere una crescita graduale, ponderata. Ogni qual volta riusciamo a rubare 50 mq alle macerie per restituirle alla collettività, abbiamo talmente faticato per farlo che la gioia provata è proporzionale alla fatica. Questo ci ha portato a considerare in maniera molto cauta gli impatti e le azioni da mettere in campo e a valutare di volta in volta i risultati».

CONTAMINAZIONE. Una domanda che viene da porsi è: ma l’esperienza Farm Cultural Park è realmente esportabile? Così ha risposto Bartoli: «L’esperienza e l’idea si possono e devono essere esportate, ma ovviamente è impensabile  portare le stesse dinamiche della Farm, in quanto ogni posto ha la sua vocazione, i suoi talenti, la sua storia. Uno dei nostri progetti è stato “Urban Farm”, con cui cercavamo degli “ambasciatori” sparsi per la Sicilia che potessero iniziare un percorso nei loro territori. Di fatto devo dire che una delle cose più belle successe in questi anni è che in Sicilia sono nati tantissimi altri progetti, come “Periferica” a Mazara del Vallo, “Eclettica”  a Caltanissetta, “Trame di quartiere” a Catania. Nei nostri territori c’è un enorme lavoro di educazione da fare e noi, come una goccia nell’oceano, stiamo cercando di farlo».

«La seconda utopia? Coinvolgere i cittadini per combattere povertà ed emarginazione». Foto scattata da Centro Studi Arti Visive

LA SECONDA UTOPIA. Rendere un paese come Favara un centro culturale e artistico conosciuto ormai in tutto il mondo sembrava un’utopia e inizialmente Andrea Bartoli veniva chiamato il “notaio pazzo”. Adesso, dopo che il primo passo è stato mosso e la prima utopia è stata realizzata, si pensa ad una seconda utopia: «Farm è una pratica di successo non per quello che succede all’interno dei sette cortili, non per i turisti, ma per quello che è successo all’interno della città. La seconda utopia è di intervenire più attivamente sui problemi, quali povertà e migrazione. Oggi abbiamo bisogno di darci degli obiettivi più grandi, ma in maniera collettiva, non più solo come Farm. Stiamo immaginando un dispositivo che si chiama “Società per azioni buone” in cui vogliamo mettere insieme risorse economiche e competenze. Stiamo immaginando che tra 10 anni ogni cittadino di Favara possa essere proprietario di un pezzo di parcheggio, di cooperativa edilizia o di spazio per bambini. L’idea è di pensare “Cosa vogliamo che diventi questa città?”. Le nostre città stanno morendo, i giovani se ne vanno e tutti ci lamentiamo, ma non siamo capaci di parlarci per riprogettare queste città. Perché non darci fiducia? Perché investire in altri contesti e non nel nostro territorio? Se non lo facciamo siamo dei poveri pazzi!».

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