Certe storie appartengono di diritto al piano dell’incredibile. Un brillante e sconosciuto sceneggiatore, armato della più fervida tra le fantasie letterarie, avvezzo a dilettarsi tra preziosismi e mascherate, sembra averle scritte con irreprensibile passione. Eppure l’inchiostro, nel delineare le parabole di taluni personaggi, di talune irripetibili circostanze, non è che un accessorio dinanzi alla profonda carnalità del loro accadere. Non è che un mezzo di trasmissione, di iterazione nella memoria. Certe storie sono così: un perfetto e inattaccabile racconto di sé; una giostra di meraviglie sedimentate l’una sull’altra, in cui basta scavare per imbattersi, ad ogni strato, in qualcosa di sorprendente. Di questa archeologia dell’inatteso, naturalmente, fa parte a pieno titolo anche la Sicilia. Perché, in questo scrigno millenario di tesori, basta muovere un passo più in là, avventurarsi appena oltre i confini tracciati dalla consuetudine, ingannare le probabilità con la semplice forza dell’immaginazione per scovare il grimaldello che la tramuterà in realtà. Proprio uno di questi sentieri rimasti nell’ombra ci conduce indietro nel tempo e nello spazio, nella Francia del primo quarto del XIX secolo. Dove tra nobili, cavalieri, dame d’alto rango e versi in rima nasceva una donna di straordinario intelletto, destinata a fare dell’isola e della sua anima poetica un fulcro esistenziale e di scrittura. Il suo nome era Emma Mahul dei Conti Dejean. Un lignaggio importante, riconoscibile, quello della scrittrice parigina, che non a caso le consentì di acquisire una formazione letteraria piuttosto erudita, affinata poi negli anni in giro per l’Europa. E fu esattamente in uno di questi viaggi che la Sicilia si intrecciò visceralmente alla sua romanzesca vita. Più di quanto la sua patria, che oggi l’ha sostanzialmente relegata all’oblio, abbia mai fatto.

E dire che i transalpini con la discendenza di Emma avevano un debito non da poco. Secondo quanto raccontato dalla stessa autrice in una sorta di biografia realizzata per rendergli i dovuti onori, un suo avo, il cavalier Roze, si era distinto per il coraggio e la dedizione con cui aveva soccorso i marsigliesi durante la terribile epidemia di peste del 1720. Di quella nobiltà di sangue, che perfettamente si rifletteva anche in quell’animo, la scrittrice fu sempre all’altezza. A lei, per esempio, si deve anche il merito di aver traslato in rima – in un francese dalla fascinosa eleganza che continua ancora oggi ad essere tradotto – le celeberrime peripezie del Cappuccetto Rosso di Perrault. Ma, come una sottile venatura in questo mosaico ariostesco, fu un’altra l’autentica passione di Emma: l’italiano poetico del ‘300, con particolare predilezione per Petrarca. Del poeta toscano Mahul fu una delle più pregiate e prolifiche traduttrici: ai sonetti del suo Canzoniere dedicò tutte le migliori energie della propria esistenza. Fu questa predilezione per il volgare nostrano a spingerla a più riprese nel nostro Paese e a separarla in maniera permanente dagli affetti familiari: la sua presenza è attestata più volte in Toscana, tra Arezzo e Livorno, dove pure si stabilì per un congruo lasso di tempo e dove morì nel 1879. Ed anche in Sicilia Emma approdò più volte, conquistata da quell’inconfondibile senso di quiete e di grandezza che suscitò in lei diverse liriche d’ambientazione isolana e prose di pregio. Tra queste, va certamente annoverata Avviso di necrologio su Madame Aurore Dejean, una singolare retrospettiva genealogica dedicata alla madre attraverso cui la scrittrice ripercorre i costumi e le contraddizioni della Francia restaurazionista. In una delle pagine del manoscritto, Emma ci rivela tuttavia un fatto decisamente interessante: l’opera, copiata di suo stesso pugno nel 1859, fu in realtà iniziata in una specifica località che lei indica come Castellamare. È piuttosto probabile che il riferimento sia a Castellamare del Golfo, in provincia di Trapani. La sua memoria del cuore, insomma, aveva tratto giovamento dal suo soggiorno in Sicilia. La sua esistenza, a metà tra il cavalleresco e il feuilleton, aveva conosciuto una ideale chiusura del cerchio incontrando le orme mitiche e storiche del passato isolano.

Quel legame, così agognato e così gelosamente custodito nella sua arte, non fu mai più spezzato. Ma anzi, ulteriormente rinvigorito, se si considera che Emma Mahul è membro onorario dell’Accademia di Sicilia. La sua, in fondo, fu ben più che una momentanea estasi da Grand Tour. Fu la scoperta di un mondo fatto su misura per lei. Il disvelamento di un sogno dal sapore di casa. Una storia che fa invidia al più bravo degli scrittori.

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