Ogni volta che si parla di castelli, nell’Italia del Sud, sorge spontanea la domanda se abbiano in qualche modo a che fare con Federico II di Svevia, il cui nome è legato a oltre un centinaio di queste roccaforti tra Puglia e Basilicata, e ad alcune decine solamente nella nostra Isola. Così, anche il Castello di Montalbano Elicona non sfugge alla regola. La fortezza, eretta sulla sommità della cittadina medievale meglio nota per la sua vicinanza alle rocce dell’Argimusco e per essere stata nominata “Borgo dei borghi” nel 2015, pur venendo associata a Federico III di Aragona – che ne completò la costruzione – non può rinunciare, nelle sue origini, al nome di Federico II. 

Spesso lontano dai suoi domini, il sovrano aveva infatti un bel da fare per gestire, sia pure a distanza – e spesso senza avervi mai dormito una notte – questa moltitudine di residenze, assegnate in gestione ai signori del luogo. Sì, perché al loro controllo Federico non intendeva rinunciare, tanto da servirsi di ispettori che dovevano effettuare visite periodiche per la gestione del personale, dei beni, delle armi, degli approvvigionamenti. E dato che i castelli erano tanti, e le ispezioni previste erano parecchie per ogni anno, gli ispettori (i “Provisores castrorum”) a loro volta avevano subappaltato questi incarichi a persone fidate del luogo, che più frequentemente, e più agilmente, potevano recarsi a ispezionare il castello. Una consuetudine che già a quel tempo, intorno al 1240, implicava la nobile arte dell’imbrogliare e del non farsi imbrogliare: gli ispettori dovevano tenere segreta la data della prossima ispezione, che avveniva “a sorpresa”, in modo che i castellani non avessero il tempo di “prepararsi” alla visita. 

La planimetria dell’edificio

Quanto alla struttura del castello, ogni particolare è capace di rimandarci alla vita che vi si svolgeva, alle abitudini, alle esigenze dei suoi abitanti, alle vicende storiche che ne hanno attraversato il tempo, dalle merlature, feritoie e sistemi di difesa alla vita quotidiana con le sue necessità. Così l’esistenza di una cisterna all’interno del Castello ci ricorda un fatto semplicissimo ma essenziale, e cioè che l’acqua per le necessità quotidiane non sgorga spontaneamente dai rubinetti, come siamo abituati ad osservare – seppure non da molti decenni – nella maggior parte delle nostre abitazioni, ma che bisogna raccoglierla dalla pioggia, o prelevarla dai pozzi, dove essi esistono. Ci ricorda che questo accade ancora oggi in molti Paesi del mondo, dove gli abitanti vivono con un consumo pro-capite di 20-30 litri al giorno, così come avveniva nel Medioevo, contro i nostri 150-200 litri al giorno a persona. Con i nostri consumi, e con la piovosità media della nostra zona geografica, ognuno di noi avrebbe bisogno oggi di una superficie di almeno 100 metri quadri da cui raccogliere l’acqua piovana per sopravvivere nell’arco di un anno, laddove nel castello medioevale – e nei nostri paesi siciliani, fino a non molto tempo addietro – sopravviveva un gruppo di dieci persone. Dettagli semplici, che nel passeggiare sul selciato e tra i cortili interni del Castello, ci mettono in relazione non solo con il nostro passato, ma anche con il vissuto di molte situazioni odierne nel mondo.

La cisterna del castello, Ph. Luigi Strano | Flickr

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