Il corsaro che visse due volte: De André e la storia messinese di un incontro tra Occidente e Oriente

All’interno dell’album “Creuza de mä” un brano di Faber, “Sinán Capudán Pasciá, ci riporta nella Messina del’500, a seguire la storia di Scipione Cicala, leggendario personaggio siciliano, figlio di un capitano genovese, che venne rapito dagli Ottomani. Per garantirsi la salvezza, divenne musulmano e scalò i ranghi della società turca come abilissimo corsaro e condottiero. La sua vicenda dalla doppia anima, la sua parabola di riscatto a cavallo tra due mondi rievocano un passato in cui le due sponde di civiltà, pur avversarie, si rispettavano e cercavano momenti di convivenza. Circostanza che oggi, tristemente, sembra allontanata dai missili

Sembra ancora di vederle, all’ombra di torri maestose prigioniere di quelle stesse sorprese che la loro verticalità avrebbe dovuto sventare, le sciabole roteanti che si lasciano innervare dai riflessi del sole. Ne sono ancora piene le spiagge di Siracusa, di Milazzo o di Ganzirri. Piene di un frenetico vociare, in mezzo al cui turbine, nello spazio fulmineo di un segnale d’avvertimento, il destino di una vita poteva volgersi in direzioni inattese. Si può quasi, chiedendo uno sforzo all’immaginazione di chi, da isolano, o da costiero, ha speso – e spende – gran parte della propria esistenza ad osservare le pieghe del mare, finire per vederli materializzati: gli spettri che emergono dalle nuvole di sabbia, che solcano l’acqua con le loro agili galee. I corsari delle leggende che attraversano il Mediterraneo prima di eclissarsi nuovamente tra i chiaroscuri d’Oriente. Su questo ponte ricco di sfumature, sospeso tra due sponde di civiltà più dialoganti di quanto le occasioni di conflitto potessero testimoniare, corrono da secoli identità collettive. Immaginari comuni, plasmati da esperienze parallele. Storie di personaggi archetipici, divenuti progressivamente possesso condiviso di lingue e accenti lontani tra loro. Di melodie cucite con l’abilità di un saggio aedo. Su una di queste affascinanti tracce, da quando il genio di Fabrizio De André ne ha riportato alla luce il valore nel 1984, si dipana la curiosa vicenda di Scipione Cicala, uno dei più noti e riconosciuti corsari della storia moderna. La sua parabola esistenziale, cominciata con la nascita in quel di Messina, a metà nel 1545, da padre genovese – motivo che naturalmente fece sorgere l’attenzione di Faber – ben presto conosce un deciso cambio di rotta, che sfocia, tra opportunismi e notevoli sfoggi d’abilità, nell’approdo alla corte ottomana. Proprio in quella traiettoria, ricostruita dall’artista genovese con la sua lirica e malinconica ironia nel brano Sinán Capudán Pasciá, contenuto nell’album Creuza de mä, si staglia, certamente, un insieme di avvincenti peripezie. Ma anche e soprattutto una dimensione dell’umano che il mondo, oggi più che mai, sembra aver smarrito.

Perché quella di Scipione è, essenzialmente, una storia dalla doppia anima. Una storia che si esprime nella parlata genovese, ma che abbraccia l’arabo e il siciliano. Che si alimenta di un incontro fatale, involontario. Quando, neanche ventenne, si ritrova, a largo delle Egadi, catapultato su un’imbarcazione turca diretta al porto di Istanbul. Ingoiato da quel mare che da ragazzino, al seguito del padre Vincenzo, prestigioso capitano al servizio della Repubblica Genovese, aveva ammirato come teatro di mirabolanti imprese. Nel buio di quella stiva sconosciuta viene decretato il suo futuro: mentre il padre riacquista la libertà al prezzo di un lauto riscatto – che gli consentirà di rientrare a Messina dopo appena qualche mese – Scipione viene posto dinanzi ad un bivio: restare – metaforicamente – per sempre a bordo di una nave in qualità di schiavo o convertirsi all’Islam e prestare servizio militare nel celebre e temuto corpo dei Giannizzeri. Leggenda vuole che, più della rinuncia al cristianesimo, che non aveva mai praticato con impeccabile devozione, a valergli la salvezza sia stato il suo non comune fascino. L’ascesa tra i ranghi dell’élite ottomana è straordinaria: le sue abilità, la sua determinazione, la sua vivacità d’intelletto finiscono per ammaliare persino il leggendario Solimano il Magnifico, nonché il figlio di questi, Selim II. Capo dei Giannizzeri, poi Grande Ammiraglio, in seguito persino Visir: Scipione, ribattezzato Sinan nella sua nuova casa, finisce per essere un novello Giuseppe, principe dei sogni del noto episodio biblico. E poco importa, forse, nell’economia di questo incredibile riscatto, che dietro il suo successo ci siano degli attenti calcoli. Che tutto, fuorché una sincera fede, possa aver guidato le sue azioni. «È la canzone di un arrivista – disse De André prima di una sua esibizione -, un arrampicatore sociale. Qualcuno dirà che è un voltagabbana; e in effetti lo è». Ma è lo stesso cantautore ad intrecciarne in versi la difesa: «E digli a chi mi chiama rinnegato / che a tutte le ricchezze all’argento e all’oro / Sinán ha permesso di luccicare al sole». Sarà stato istinto di sopravvivenza. Sarà stata strategica lungimiranza. Italianissima – e sicilianissima – capacità di scegliere gli amici giusti. O forse, solo benevolenza della sorte. Ma la fortuna, senza l’audacia, da sola non basta ad incidere sulle trame del tempo. E se a quel giovanotto smarrito, che per un attimo ha avuto davanti nient’altro che anni di umiliazioni e catene, è stato dedicato uno dei più noti quartieri di Istanbul, qualcosa vorrà pur dire.

«E al posto degli anni che erano diciannove / si sono presi le gambe e le mie braccia nuove / da allora la canzone l’ha cantata il tamburo / e il lavoro è diventato fatica. / E questa è la mia storia e te la voglio raccontare / un po’ prima che la vecchiaia / mi schiacci nel mortaio / e questa è la memoria / la memoria del Cicala / ma sui libri di storia / Sinán Capudán Pasciá».

Ebbe modo, Sinan, di tornare a Messina. In occasione della scomparsa della madre, che desiderava piangere. Viene tramandato che dovette penare per rientrare nella cattolica Sicilia spagnola, che non vedeva di buon occhio l’incursione di qualcuno considerato, a tutti gli effetti, un moro. Una contraddizione in termini, se si pensa a quanti siciliani possedessero radici genetiche e culturali di matrice araba. Anche la sua morte, avvenuta nel 1605, rimane oggetto di suggestione. Caduto forse in mare, là dove tutto era cominciato (e ricominciato). Forse disperso in qualche remoto angolo d’Europa. Destinato a vagare, anche sotto forma di ricordo. A vivere incastonato in una strofa. A diventare, inconsapevolmente, simbolo di profonda attualità. Per un mondo che continua a dividere con la forza Mediterraneo e Medio Oriente. Che non si atterrisce guardando la costa, ma il cielo puntellato di scie di morte. Che assiste inerme alle dichiarazioni dei potenti, mentre la società, dal basso, invoca pace, convivenza, futuro. Come allora, all’epoca di Scipione, quando ci si scontrava per uno spuntone di roccia, mentre ad Occidente, e soprattutto in Sicilia, musulmani, ebrei ed europei trovavano un modo di convivere nonostante le difficoltà. E mentre ad Oriente, con gli Ottomani, ai cristiani come Cicala veniva data una seconda occasione, anche quando rifiutavano di abiurare, di vivere in pace sotto un governo musulmano, al prezzo di una apposita tassa. Nel ‘500 come oggi, nell’era dei corsari come in quella dei missili, la voce inascoltata della società si infrange sotto i colpi dell’avidità. Lasciando che storie come quella di Cicala, l’uomo dalle molteplici vite e dalle molteplici radici, restino solo sbiadite impressioni.

(Immagine in copertina realizzata con OpenAI)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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