Riportiamo di seguito il post Facebook del direttore artistico di Catania Jazz, nella speranza di dar vita ad un dibattito su quella che è ancora un’opportunità sprecata per il capoluogo etneo

Sto leggendo un bellissimo libro sulla Peste in Europa di William G. Naphy ed Andrew Spicer, che consiglio vivamente a tutti. Sapevate che il terribile morbo che ridusse di ben un terzo la popolazione europea, determinò migliori condizioni di vita per i contadini, (prima semplici schiavi) e migliorò la condizione femminile? E siamo in epoca medievale! Ma la Peste determinò enormi cambiamenti in tutto.

Così sarà col Covid, non so se “andrà tutto bene” ma so che tanto sarà diverso e i cambiamenti non verranno decisi dal fato. Voglio limitarmi, per adesso, solo ad alcuni aspetti del nostro lavoro, nel nostro settore, che è lo Spettacolo e la Cultura , i settori più colpiti dalla pandemia. In un post precedente ho detto che ci sarà bisogno di maggior comunismo in questo settore e ho detto che è la semplicità difficile a farsi.
Faccio un esempio: in questi anni c’è stata l’esplosione del coworking, che al netto delle speculazioni , ha un idea di fondo forte, cioè la condivisione. Anziché avere 10 persone o società, con 10 uffici, 10 stampanti, dieci bollette di tutto, dieci segretarie ecc., un unico posto coi servizi comuni.

Risultato? Un notevole risparmio per ciascuno, ma soprattutto, la possibilità concreta di svolgere la propria attività immediatamente. Tanto economica che , nel mettere insieme i reali bisogni dei 10, quasi non si nota che esiste anche l’undicesimo che ci guadagna qualcosa. Tralascio i vantaggi della condivisione sullo stesso lavoro di ciascuno, le “sinergie” come vengono chiamate.

Ecco, il “lavorare in comune” è un segno del futuro e io dico che è un segno positivo, come il carsharing e il bikesharing o il noleggio a lungo termine delle auto.
Trasportiamo questo dato del futuro nel nostro campo: altro che coworking, qui ognuno è chiuso nel suo particolare, ogni compagnia teatrale vuole, sogna, a volte pretende, il proprio spazio e ognuno ha un motivo valido per rivendicarlo. La stessa cosa vale per la Musica, ognuno vuole il proprio spazio, il proprio club, il proprio auditorium e tutti, se li interpellate, tireranno fuori una ragione per giustificare la “proprietà privata” dello spazio.Poi, di norma, tutti questi spazi vengono utilizzati al 20/30% delle possibilità (ma nel caso di strutture pubbliche, anche sotto queste percentuali).

Se non siete mai stati a Bergen, vi consiglio di andarci, ne vale la pena.Ecco al porto di Bergen c’era una grande industria di sardine , la United Sardines Factory e quando l’attività cessò, il Comune norvegese la trasformò in uno spazio culturale collettivo. E’ lì che si svolge da tanti anni il Natt Jazz, a maggio, circa 80 concerti in una settimana in tre differenti sale, ma gli amici del festival jazz non sono mica i soli ad utilizzare quegli spazi, usati da compagnie teatrali, di danza, attività cinematografiche e quant’altro. Ecco , una struttura in comune, ce ne stanno tante altre in Europa , per fortuna.
Abbiamo qualcosa di simile dalle nostre parti? Ma quando mai!
A Palermo ogni compagnia ha il suo teatrino, e se non ce l’ha, lo rivendica e spesso lo ottiene o dal Comune o dalla Regione, beni pubblici “donati” ai privati. Meritevoli certo, ma anziché mettere in comune i beni pubblici, questi vengono privatizzati , con maggiori costi.A Catania, tranne qualche modesto caso, la situazione è uguale ed è così ovunque.

Eppure in entrambe le città , due industrie di sardine esistono, i Cantieri Culturali alla Zisa a Palermo e Le Ciminiere a Catania. La prima ha il vantaggio di aver dato casa a tante strutture culturali, ciascuna col proprio spazio, il proprio ufficio, la propria programmazione, nessuno di esso è condiviso. La seconda non ha manco questo. Un mostro messo su con l’idea non malvagia di conservare la memoria industriale della città. Solo che Catania non è Essen, le ciminiere di zolfo somigliano a quelle carbonifere, ma i tedeschi sono stati in grado di trasformare la memoria del carbone in occasione di sviluppo culturale ed economico della città, noi abbiamo pensato di fare una fiera senza parcheggi, nel posto più trafficato della città, l’ennesima cattedrale nel deserto urbano.

Eppure… io dico che il Mostro potrebbe trasformarsi in farfalla, diventare una cosa simile a Bergen ed Essen, bisognerebbe consegnare agli operatori culturali tutta la struttura, ristrutturare le sale, dall’auditorium da 1200 posti alle sale da 150, ed immaginare un enorme spazio per concerti all’aperto quando i binari ferroviari scompariranno. Una struttura aperta tutti i giorni a tutti, con nuovi servizi, ristoranti, bar, negozi, governata dagli stessi operatori culturali, quindi agile, competente, professionale. State certi che Le Ciminiere non saranno nella lista dei progetti da finanziare coi fondi del post-Covid. Terremo il mostro ancora lì? In queste condizioni? Allora meglio demolire tutto, almeno a noi catanesi sarà concesso vedere il mare.

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