Se ci chiedessero di condensare in un’unica parola le emozioni associate agli ultimi due surreali anni ormai alle spalle, difficilmente qualcuno di noi avrebbe l’ardire di optare per “fiducia”. Eppure, a ridosso del vorticoso conto alla rovescia della notte di San Silvestro, ammaliati ed eccitati dall’irrefrenabile ticchettio compiuto per l’ultima volta dalle lancette, una strana forma di rincoramento si è impossessata delle nostre solitamente disilluse prospettive. “Anno nuovo, vita nuova” è l’immancabile detto che, insieme agli “a te e famiglia”, ci ha sfiancato a tal punto da smettere di dargli retta. Almeno fino all’istante in cui lo sfoglio della pagina di calendario si trasforma in realtà. Cosa spinge il cuore umano a rinnovare la sacralità di questo rito? Cosa rende il desiderio della trasformazione più forte di ogni retaggio passato? Cosa rende, insomma, l’anno appena cominciato sempre e comunque un po’ migliore di quello trascorso? Anche Gesualdo Bufalino pose a sé stesso tale quesito. Dall’alto della sua impareggiabile saggezza, e del suo notoriamente accentuato approccio disincantato, lo scrittore di Comiso riconobbe che in lui stesso le celebrazioni di Capodanno suscitavano un’inattesa freschezza, un salutare barlume di sospensione che aveva il volto, dolce e meravigliosamente infantile, di un nuovo inizio. E proprio al primo giorno dell’anno l’autore de Le menzogne della notte ha dedicato uno straordinario componimento: uno dei più belli e profondi dell’intera letteratura italiana.

A metà tra un monologo interiore ed una lirica, Lettera di Capodanno è infusa dell’inimitabile stile di Bufalino. Pomposa, strabordante, linguisticamente acrobatica e spiazzante, ma ugualmente millimetrica nella sua capacità di scavare tra le pieghe più nascoste dell’animo umano. Tra epiche citazioni di grandi classici, notazioni musicali e poetiche di alto rango e una sapiente miscela degli immaginari religiosi e pagani, è la voce di un uomo e delle sue più intime confessioni. La storia di un singolo e, contestualmente, la storia irriducibile di tutti noi:

«Dicono che repetita iuvant; / che il primo bacio è insipido, ma è il secondo che conta; / che il bis d’un minuto radioso / s’insaporisce d’un miele che ci sfuggì quella sera… / Ma l’anno che ritorna col suo rauco olifante / a soffiarci dentro le orecchie l’ennesima Roncisvalle, / e ingrossa i fiumi, impoverisce gli alberi; / l’anno che nello specchio del bagno consegna / a uno svogliato rasoio la barba sempre più bianca; / l’anno che cresce su sé con l’ingordigia dei numeri, / sgranando sul calendario il recidivo blues del Mai più… / chi oserebbe dire che meriti la festa del Benvenuto? / chi potrebbe giurare che non sia peggio degli altri? / Il male si moltiplica e repetita non iuvant. / Eppure…/ Eppure nella tombola arcana del Possibile / fra i dadi e il caso la partita è aperta; / gonfiano fiori insoliti il grembo d’una zolla; / lune mai viste inonderanno il cielo, / due ragazzi in un giardino si scambieranno i telefoni, i nomi, / stupiti di chiamarsi Adamo ed Eva; / verrà sotto i balconi / un cieco venditore d’almanacchi a persuaderci di vivere…/ Crediamogli un’ultima volta».

Credere, dunque, è la parola chiave. Perché la speranza, in fondo, è sempre più forte di ciò che ha tentato di spegnerla. Un istinto naturale che mette ordine nel caos dell’esistenza, che sussurra all’orecchio di non fermarsi dinanzi alle storture del mondo. Che ad ogni dispiacere oppone la spinta morale di una reazione ancora più veemente. A dispetto di un tempo che passa inesorabile. Che sembra consumare e svilire ciò che attraversa. Ma che, in realtà, schiude generoso una inedita, vibrante bellezza.

A quella bellezza Bufalino affidava la sua stessa vita. Al tortuoso tentativo di non cedere mai completamente al temibile potere dello sconforto. La speranza ha sempre valore, quand’anche il suo riverbero duri appena lo spazio di una notte. Quand’anche la sua evidenza si renda manifesta nella minuzia di un incontro non programmato, nello sguardo rinnovato sulla consuetudine. Quand’anche ogni inizio di anno nuovo appaia come un inutile deja-vu. Perché una luna mai vista è sempre dietro l’angolo.

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