Quando si pensa a frangenti storici particolarmente controversi della storia italiana, è probabile che la mente corra agli eventi che hanno immediatamente preceduto, e poi effettivamente animato, il Risorgimento. Uno statuto, quello di un’epoca dai contorni più sfumati di quanto la storiografia tradizionale abbia mai voluto ammettere, che è venuto affermandosi col tempo: non soltanto per via delle progressive acquisizioni intellettuali che hanno gettato ombre imponenti su alcune epopee mai messe in discussione – su tutte quella garibaldina – ma anche per la tendenza a sottovalutare, ignorare, omettere i risultati ottenuti da movimenti di straordinaria modernità. A questo dato, già di per sé significativo, andrebbe poi sommato un altro atavico peccato capitale di cui la storiografia nostrana si è certamente macchiata a più riprese: aver dato rilevanza ad un’area geografica piuttosto che ad un’altra; aver fatto di una lettura superficiale e orientata di fenomeni che, in realtà, hanno avuto una portata decisamente più innovativa. Il caso delle sommosse siciliane, da questo punto di vista, è abbastanza eloquente. Mentre, infatti, l’isola, sulla scia di opere come Il Gattopardo, veniva descritta nella sua interezza – non senza una certa malizia – come un immobile pantano avverso alla rivoluzione, al suo interno, e ben prima dei noti fatti che avrebbero condotto all’Unità, si agitavano nobili conflitti e battaglie in nome della libertà e dell’uguaglianza. Battaglie che andrebbero scolpite nella memoria collettiva e che, a dispetto di ogni pronostico, portavano una firma ben leggibile: quella delle donne siciliane.

Particolarmente interessante, in questo senso, è ripercorrere ciò che avvenne nel 1848, anno in cui tutta Europa fu attraversata da un frenetico fermento rivoluzionario che proprio in Sicilia trovò la sua scintilla iniziale. Il 12 gennaio, a Palermo, la sollevazione contro il regime borbonico fece da apripista ai grandi tentativi liberali del Vecchio Continente, nonché alla proclamazione di un Regno di Sicilia indipendente che rimase in piedi fino a metà circa dell’anno successivo, salvo poi essere nuovamente assoggettato alla podestà di Ferdinando II. Furono sedici mesi di audace elaborazione politica, durante i quali il Parlamento isolano promulgò uno statuto decisamente avanzato per l’epoca, al punto da rappresentare il modello per quello Albertino, “antenato” della nostra attuale Costituzione. Furono, soprattutto, sedici mesi di sogni e di speranze per le donne siciliane, che in quell’inedito perimetro liberale speravano di ritagliarsi uno spazio agognato da secoli. Intellettuali, signore d’alto borgo e poetesse trainarono un vero e proprio movimento femminista ante-litteram, in un momento nel quale – come riportò l’artista francese Jean-Pierre Houël in seguito alla sua visita nella Trinacria – alle donne era vietato imparare a scrivere per evitare che instaurassero rapporti epistolari proibiti con gli uomini e possedere dei beni esclusivi rispetto al marito, al punto da essere costrette ad utilizzare delle lenzuola come abiti per andare a messa. Sul modello di grandi icone della lotta femminile come George Sand e, qualche anno dopo, Matilde Serao, vere e proprie adunanze di eccezionali pensatrici si impegnarono per squarciare il velo di indifferenza che continuava a permanere verso di loro nonostante la momentanea cacciata dei Borboni: dalla celebre Giuseppina Turrisi Colonna alle meno celebrate Letteria Montoro e Rosina Muzio Salvo, passando per Concettina Fileti, ben 136 donne animarono l’abitazione palermitana dell’eversiva Duchessa Guidolfi. Un parlamento composto da tre generi – maschile, femminile e neutro – e una vivace propaganda mediatica che aveva come principio fondamentale la richiesta del diritto di voto: furono queste le suggestioni che le condussero all’emarginazione da parte del neonato governo indipendente guidato dal presidente Ruggero Settimo – e appoggiato dagli inglesi fin dall’inizio dell’insurrezione -, ancora troppo benpensante per accogliere, o discutere, proposte che fanno impallidire l’attualità e che anticiparono qualche decennio persino le leggendarie Suffragette inglesi.

Il risultato fu, allora, un’occasione sprecata. L’energia vitale e produttiva che il risveglio femminile aveva donato all’isola si risolse in un nulla di fatto, in un groviglio di rimpianti che, in fondo, accompagna la nostra società ancora oggi. L’orizzonte della parità si infranse sull’ottusità di una forma mentis che ancora fatica ad eclissarsi. Capace di sopprimere la forza di un manifesto che ancora commuove: «Generose donne di Sicilia! / È sonata l’ora del nostro risorgimento! / Il 12 gennaio non fu, per noi, ma per quelli ingrati che ora ci disprezzano! / Sia questa leale protesta il guanto di disfida. / Tremino i perfidi! / La nostra voce atterrerà l’impudente loro orgoglio. / Sia uno il voto della Isola intera. / Guerra agli oppressori! / E voi, generose donne palermitane, riunitevi il 20 giugno / andate alle ore due pomeridiane nella casa della Duchessa Guidolfi. / Là sarà decisa la causa della nostra indipendenza. / Là sarà rovesciato l’impero che gli uomini esercitaron sopra di noi. / Là accenderemo il sacro fuoco della libertà e della virtù. Bando allo arbitrio».

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