Uno sguardo rispettoso e partecipe della realtà che fotografa. Questo, in sintesi, è Elio Ciol, classe 1929, fotografo testimone appassionato del Novecento. Inizia giovanissimo a lavorare nel laboratorio del padre Antonio, in Friuli, dove acquisisce esperienza tecnica ed elabora un personale modo di esprimersi attraverso la fotografia, soprattutto riguardo al paesaggio.

Lui stesso in una intervista ha dichiarato «di essere cresciuto tra gli acidi ereditando la professione  da suo padre. Ogni tanto, per scherzo, dico che sono nato in camera oscura. C’era bisogno di aiuto e fin da piccolo ho dato una mano imparando tante cose, a partire dagli sviluppi: 3 grammi di metol, 5 grammi di solfito… Ogni settimana dovevo preparare un fiasco di questo sviluppo e poi lavare, tagliare le fotografie». All’età di 15 anni, Elio lascia la scuola e si dedica, come autodidatta, alla fotografia, attività che lo impegna appieno tuttora, sempre alla ricerca di nuove dimensioni espressive.

Nel tempo, sperimenterà in camera oscura i vari prodotti e la loro sensibilità alle carte e ai negativi, così come a dosare la luce con le tende e poi a utilizzare metodi di illuminazione sempre più al passo coi tempi. Nel 1944, osservando alcune fotografie scattate da un ufficiale medico tedesco, comprende l’esistenza di una visione fotografica diversa da quella a cui era abituato e più aderente alla sua sensibilità. I paesaggi grafici in bianco e nero, scattati dall’alto, diventano da quel momento il suo biglietto da visita.

Tra il 1954 e il 1965 Elio Ciol incrocia la vita di don Luigi Giussani, fondatore del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione quando ancora cominciava a chiamarsi Gioventù Studentesca e quasi senza rendersene conto immortala tutti i primi passi della storia del movimento. Molto intense e piene di letizia sono le foto che Elio scatta durante il gesto della caritativa nella Bassa milanese, dove molti giovani, guidati da alcuni adulti, aiutano a giocare e a fare i compiti gli adolescenti bisognosi.  Ciol era totalmente ignaro di aver fotografato  qualcosa di grande, come afferma lui stesso in un libro che racconta i primi anni del movimento: «La documentazione fotografica riesce ancora a trasmettere il senso di gioia e di serenità di quei momenti, la stessa che viveva don Giussani. Era avvincente: non lasciava mai indifferente; era illuminante! Perciò le sue parole, poche nei nostri incontri brevi ma intensi, risuonano ancora in me, e le foto lo dimostrano in modo eccezionale».

LO SCATTO. Tra le centinaia di immagini scattate, quella scelta, rappresenta un istante di gioco e di gioia tra un giovane diciottenne e un bambino. Difficile staccarsi dal guardarla senza sentire dentro un senso di  allegria e di baldanza ingenua, come la chiamava don Giussani. Lo scatto esprime tutta la speranza in un futuro che non può deludere. Il giovane che sa dove poggiare lo sguardo ed è pieno di certezza. Il bambino che si affida con serenità a chi può sostenerlo nella sua crescita. Le stesse mani del giovane che stringono forte il bimbo per non farlo cadere, sono espressione decisa di chi sa dove andare affascinato da un grande incontro. È evidente, nei suoi lavori, la straordinaria capacità di operare attraverso la luce e la padronanza nell’uso della tecnica fotografica, tanto da sembrare delle incisioni realizzate a mano o delle litografie, sia che si tratti di paesaggi che di primi piani di persone. 

Nella vita del maestro Ciol ,soprattutto per il suo potente sguardo rispettoso della persona, ha contribuito sicuramente il periodo delle foto dei defunti che metteva in posa per renderli “fotogenici”.  «L’attività di noi fotografi, soprattutto quella che dava una certa rendita – ha dichiarato Elio, – erano i matrimoni e anche i funerali. Subito dopo la guerra, soprattutto tra gli anni ’50 e ’60, molti emigranti,  quando moriva qualcuno della famiglia, chiedevano ai parenti di fotografare il morto, documentare il funerale e spedirgli le foto. Spesso quella era anche la prima fotografia del defunto. Dato che quando la luce arriva dal basso altera completamente il volto della persona, giravo il defunto in modo che questa arrivasse dall’alto. Cercavo di farlo venire più fotogenico possibile. Io dialogavo con lui. Avevo quest’attenzione anche pensando a chi avrebbe conservato la sua memoria, perché la persona fosse vista nel modo migliore».

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