Il giornalismo come atto di resistenza

Resistere alla crisi dell’editoria e alla regressione democratica non significa restare fermi, ma costruire alternative concrete abbattendo le barriere del settore. Con il workshop “Il giornalismo che verrà”, Catania si trasforma in un hub internazionale dove la formazione gratuita unisce grandi firme mondiali e giovani cronisti in un passaggio di esperienza senza gerarchie. Una scommessa culturale che parte dal Mezzogiorno per dimostrare che il futuro del mestiere si progetta insieme, guardando al mondo dal cuore del Mediterraneo

«Resist». Resistete. È una parola semplice, quasi ruvida, quella che Javier Moreno, già direttore di El País, ha consegnato ai giovani giornalisti arrivati a Catania per “Il giornalismo che verrà”. Non era uno slogan. Era un’indicazione di mestiere: fare il proprio lavoro, pubblicare storie che abbiano valore, rifiutare di firmare ciò di cui non si è sicuri, opporsi anche alle piccole pressioni quotidiane che svuotano il giornalismo del suo senso.

Il contesto rende quella parola meno astratta. Il Digital News Report 2025 del Reuters Institute segnala che solo il 18% degli intervistati, in un paniere di 20 Paesi più ricchi, paga per le notizie online. Sul piano democratico, il rapporto V-Dem 2026 racconta un altro squilibrio: il 46% della popolazione mondiale vive in autocrazie elettorali, mentre solo il 7% in democrazie liberali.

È dentro questo scenario che un workshop gratuito, pratico, costruito in Sicilia, assume un significato particolare. Non perché sostituisca altri percorsi, né perché voglia contrapporsi alle scuole di giornalismo. Ma perché in un Paese in cui la formazione di qualità è spesso costosa, concentrata altrove e poco presente nel Mezzogiorno, offrire borse di studio, laboratori, incontri con professionisti di livello internazionale e occasioni concrete di orientamento è già una scelta.

In nove anni, il workshop non ha prodotto soltanto incontri e lezioni: ha costruito accessi, relazioni, collaborazioni, percorsi professionali. Una piccola infrastruttura nata in Sicilia per tenere aperta una porta sul mestiere

In nove anni e otto edizioni, “Il giornalismo che verrà” ha offerto oltre 260 borse di studio. Alcuni ex corsisti sono stati assunti a tempo indeterminato da testate partner. Sono nate collaborazioni editoriali tra giornali siciliani, spagnoli e tunisini, con scambi di articoli e prospettive. Anche L’Unica, una newsletter locale che opera tra Piemonte e Liguria, è nata da un incontro avvenuto qualche anno fa a Catania. Non sono effetti collaterali: sono il senso del progetto.

Quest’anno quel senso si è visto soprattutto nel rapporto tra ospiti e corsisti. Lars Boering, già alla guida di World Press Photo, ha dedicato due ore ai portfolio di giovani fotografi, indicando concorsi, festival, contatti, possibilità. Guido Tiberga, già caporedattore de La Stampa, ha seguito i testi dei corsisti uno per uno. Laura Silvia Battaglia al-Jalal, reporter e documentarista esperta di aree di crisi e Medio Oriente, ha spiegato come proporre un lavoro a una redazione internazionale. I giornalisti di Pagella Politica hanno portato il fact-checking dentro il laboratorio del mestiere, ricordando che verificare non è un accessorio, ma una disciplina quotidiana.

Anche i momenti informali sono stati parte del percorso. Una pizza condivisa tra corsisti arrivati dalla Sicilia e da molte città italiane, da Roma a Cagliari, da Trento a Bologna, da Napoli a Gallipoli, e ospiti che altrove sarebbero rimasti distanti: direttori di testate di rilevanza mondiale, reporter internazionali, fotografi, editor, dirigenti del servizio pubblico. Persone abituate a parlare da palchi importanti si sono sedute accanto a giovani spesso alle prime armi, senza ritualità e senza distanza. Non una parentesi conviviale, ma un passaggio di esperienza. Anche questo, in un mestiere spesso segnato da gerarchie rigide e accessi difficili, è stato formazione.

Catania non è stata lo sfondo del workshop, ma il suo campo di osservazione: una città mediterranea in cui fragilità, innovazione, memoria, cultura e marginalità diventano materia viva per imparare a leggere il presente

Non è un dettaglio che tutto sia accaduto in Sicilia. Catania non è stata una location, né un fondale per un festival. È stata il centro del discorso: una città mediterranea in cui Nord globale e Sud globale si incontrano, e in cui le contraddizioni del presente diventano visibili. Per questo i laboratori in città non sono stati turismo giornalistico, ma un tentativo di connessione.

I corsisti hanno attraversato luoghi molto diversi tra loro: presidi culturali come Gammazita, spazi d’arte come l’Atelier Mendola, realtà dell’innovazione come Le Village by CA Sicilia, quartieri popolari come San Cristoforo e Cappuccini, esperienze di tutela della memoria artigiana come il Cantiere Rodolico di Acitrezza, centri di produzione culturale come Scenario Pubblico. Hanno incontrato associazioni, startup, artigiani, artisti, educatori, cittadini. Hanno osservato un asilo ritrovato, un palazzo pericolante, un sapere antico da salvare, un quartiere che resiste, una danza che porta a Catania corpi e storie da molte parti del mondo. Il punto non era cercare “belle storie”, ma imparare a guardare.

Anche le sedi degli incontri hanno seguito questa idea. Villa San Saverio, sede della Scuola Superiore dell’Università di Catania, ha rappresentato il cuore formativo del workshop. Isola Catania, spazio di innovazione nel centro storico, ha ospitato una parte delle attività di lavoro e scrittura. L’Anfiteatro Romano ha portato il confronto pubblico dentro uno dei luoghi più stratificati della città. Non scenografie, ma spazi diversi di una stessa geografia: università, innovazione, storia, territorio.

Dare forma stabile a questa esperienza significa trattare la Sicilia non come margine, ma come punto di partenza: un luogo da cui costruire formazione, ricerca e dialogo internazionale sul futuro dell’informazione

Attorno a questa esperienza, lo scorso dicembre, è nata la Fondazione Giornalismo Mediterraneo ETS, che oggi organizza e gestisce il workshop insieme all’Università di Catania. Non è un passaggio formale. Significa dare struttura stabile a un’intuizione maturata negli anni: costruire dalla Sicilia uno spazio di formazione, ricerca e dialogo sul futuro dell’informazione, con una rete internazionale capace di collegare Catania ai grandi dibattiti sul giornalismo, sulle piattaforme, sulla sostenibilità dei media, sul Mediterraneo come frontiera culturale e politica.

In questo percorso, la Scuola Superiore dell’Università di Catania ha garantito un contributo economico importante e ha scelto di essere parte del progetto. Un’istituzione nata per formare classe dirigente ha aperto le proprie porte al territorio, ai giovani giornalisti, al confronto pubblico. Una scelta coerente con l’idea che l’eccellenza non debba chiudersi, ma generare relazioni. Crédit Agricole ha contribuito non solo sostenendo borse di studio, ma portando nel workshop il tema dell’impresa, dell’innovazione e del territorio. Unipol ha aiutato a ragionare sul brand journalism e su nuove prospettive professionali.

Le lezioni pubbliche hanno dato a tutto questo una dimensione più ampia. Martin Baron, già direttore del Boston Globe e del Washington Post, protagonista di una delle stagioni più importanti del giornalismo investigativo contemporaneo, ha scelto Catania per discutere dell’eredità del caso Spotlight a 25 anni dalla sua realizzazione e del ruolo dell’inchiesta nel nostro tempo. Ezio Mauro ha parlato della crisi delle democrazie. Il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana della lunga storia di un giornale e di un Paese. Domenico Quirico del racconto della guerra e del dolore. Dima Saber, direttrice di Meedan, delle fragilità informative del Mediterraneo. Antonello Piraneo, direttore de La Sicilia, e Roberto Natale, consigliere d’amministrazione Rai, hanno messo a confronto informazione locale e servizio pubblico nazionale. Douglas McCabe, del Guardian, e Annalisa Monfreda, founder di Rame e già direttrice di Donna Moderna, hanno ragionato sui modelli di business e sulla sostenibilità del giornalismo.

Ma il punto, alla fine, resta quella parola: resist. Resistere non significa restare fermi. Significa costruire possibilità dove sembrano essercene poche. Offrire formazione gratuita dove spesso non arriva. Mettere insieme generazioni diverse. Trattare la Sicilia non come scenario, ma come luogo da cui pensare il mondo. Forse il giornalismo che verrà comincia proprio da qui: non dalla certezza di avere una soluzione, ma dalla scelta di continuare a cercarla insieme.

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Direttore responsabile del Sicilian Post. Giornalista, laureato in comunicazione. Collabora con le pagine di cultura e spettacolo del quotidiano "La Stampa". Ha pubblicato su svariate testate nazionali e regionali, tra le quali "La Repubblica" e "La Sicilia". Dal 2018 è promotore del workshop internazionale "Il giornalismo che verrà". Attivo sul piano dell'innovazione è tra gli ideatori di "ARIA", tool per infografiche finanziato da Google DNI. Il suo ultimo libro è "L'unica donna nel CDA" (Guerini Next, 2023).

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