Lo spazio di casa è stato in questi mesi lo scenario unico delle nostre attività e delle nostre emozioni: lavoro, famiglia, amore, paura e bisogno di staccare la spina. Non tutti hanno vissuto con lo stesso agio questa “costrizione”, visto che non tutte le abitazioni, probabilmente, erano pronte a questo sovraccarico di vita. La singolare esperienza abitativa causata dalla quarantena ha inevitabilmente generato riflessioni e ricerche da parte di architetti, progettisti e designer. Professionisti come Carmela Palumbo, experience home designer siciliana. Con lei abbiamo cercato di capire quali nuove prospettive il post-pandemia potrà portare in dote.

SPAZIO A MISURA D’UOMO. L’analisi della designer Carmela Palumbo parte proprio dalle nostre case, luogo in cui dovremmo prolungare noi stessi e vivere in armonia, ma dal quale spesso invece sentiamo il bisogno di scappare. «Prima della quarantena vivevamo gran parte del tempo fuori e alcuni limiti delle nostre abitazioni, incluso il modo superficiale in cui sono state pensate, non sono mai venuti fuori. Quanto avvenuto in questi mesi ha messo in luce il bisogno di rivedere il concetto di spazio abitativo, non pensando più alla casa come una sorta di ripostiglio in cui dormire, ma come al palcoscenico in cui va in scena la nostra vita. Lo spazio deve essere a nostra a misura e regalarci esperienze di qualità. Ma attenzione, non parlo di case più grandi e lussuose: tutto ciò che ci da benessere non ha molto a che vedere con il lusso inteso in senso tradizionale. Il valore di un oggetto in casa è determinato dal senso che questo ha per noi. Il vero lusso oggi è trovare un equilibrio psicofisico».

LA QUALITÀ DELL’ESPERIENZA AL CENTRO. Tra reclusione casalinga e distanziamento, dopo il coronavirus saremo costretti a ripensare non soltanto le nostre case ma tutti gli ambienti che occupiamo ogni giorno. Emblematico lo sforzo della Design Force, gruppo di lavoro composto da alcuni tra più importanti studi di architettura e design nazionali e internazionali, per ripensare i modi di abitare. Al centro dell’attenzione di tali studiosi non c’è solo lo spazio privato, ma anche e soprattutto quello comune: «Il distanziamento sociale è adesso vissuto negativamente perché forzato – spiega la designer – ma in realtà mantenere il proprio spazio vitale nei luoghi pubblici potrebbe migliorare le nostre esperienze. Faccio un esempio: a chi non è capitato in passato di uscire a prendere una pizza con gli amici e di riunirsi in luoghi dove non si trova posto, non si riesce a parlare e si è accalcati l’uno sull’altro? O ancora, quanti posti di villeggiatura, come alcune spiagge, perdono la loro fisionomia e la loro bellezza perché sempre sovraffollati? È un momento delicato, ma possiamo trarne spunti importanti sul vivere e progettare gli spazi comuni. Rivediamo la quantità a favore della qualità».

L’ITALIA ALLA FINESTRA. Il desiderio di comprendere più a fondo come gli italiani si siano relazionati con i propri spazi abitativi, ha portato la designer a creare un contest fotografico veicolato sui social network. Si tratta de L’Italia alla finestra: «La prima foto condivisa è stata quella della mia finestra. Da lì, quotidianamente molte persone hanno sentito il desiderio di condividere la loro foto. La maggior parte degli scatti non ritrae oggetti, ma piante, fiori, vedute di un tramonto, animali domestici. I feedback positivi che ho ricevuto sono stati tanti, ma uno in particolare coglie il senso: “Questo contest ci ha permesso di osservare ciò che ci circonda come non avevamo mai fatto prima, facendoci rendere conto che spesso le cose belle sono proprio sotto i nostri occhi”. Questo fa capire quanto è importante dove focalizziamo la nostra attenzione e non dovrebbe essere un virus a farcelo capire».

L’esperienza de L’Italia alla finestra diventerà presto un book, una testimonianza delle visioni del bello durante la quarantena. Ad accompagnare le foto, i testi di Paolo Lisi, Giuseppe Gabriele Condorelli e Cettina Caliò Perroni, scrittori e poeti coinvolti dalla designer nel progetto. «Si tratta di scrittori a me molto cari – conclude – e le loro parole prendono la forma di un’ulteriore finestra».