Il potere delle parole:
la rivoluzione di Mao, filosofo dalla collera letale

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In occasione della terza conferenza del ciclo “Le parole del potere – totalitarismi” tenutasi al Teatro Verga, Fernando Gioviale e Manuela Ventura hanno ripercorso gli anni del regime comunista in Cina, tra utopia di cambiamento e soffocante violenza

«La parola è centrale tanto a teatro quanto in politica: si pensi alla sua importanza nei regimi totalitari, alla quantità di neologismi introdotti durante il periodo fascista da Mussolini». Così il professore Fernando Giovale, già docente di Discipline dello Spettacolo all’Università degli Studi di Catania, ha aperto la terza conferenza del ciclo “Le parole del potere – totalitarismi”, svoltasi al teatro Verga a cura della direttrice del Teatro Stabile Laura Sicignano e della vicepresidente Lina Scalisi. Ad aggiungersi alle considerazioni di Gioviale, le letture dell’attrice Manuela Ventura: un’alternanza di voci per raccontare la rivoluzione comunista cinese del 1946 guidata da Mao Tse-tung.

LE FORME DEL TOTALITARISMO. «Non esiste un’unica forma di totalitarismo: il regime totalitario può nascere anche dalla democrazia. L’esempio eclatante è quello di Mussolini, che salì al potere per elezione» afferma Gioviale, invitando i presenti a fare le opportune riflessioni e distinzioni. Un confronto tra i regimi totalitari occidentali e quello di Mao Tse-tung fu fatto da Edgar Snow, primo giornalista americano a compiere un interessante resoconto della rivoluzione cinese, le cui parole riprendono vita grazie alla lettura della Ventura: «Mussolini e Hitler erano due saltimbanchi, il primo più machiavellico, il secondo una marionetta nelle mani dei capitalisti. Mao invece non faceva scenate, non si infuriava mai, però la sua collera era letale: egli era un filosofo, ma è riuscito a passare dall’idealismo alla concretezza della rivoluzione, comprendendo che essa necessita del sacrificio di uomini e che la vita umana è un valore relativo».

RIVOLUZIONE=VIOLENZA? Contro le “anime belle” che non accettano la violenza delle rivoluzioni, Gioviale ha ricordato che dalla rivoluzione americana a quella francese il sacrificio di vite umane è sempre stato necessario: «Oggi “giacobino” ha assunto un valore negativo, ma è normale che una rivoluzione porti sangue. Mao aveva capito che per svecchiare la Cina non era sufficiente rinnovare il vecchio sistema feudale, ma era necessaria una riforma sociale e culturale» afferma il professore. A sostegno delle sue parole, la Ventura legge un brano tratto da “La lunga marcia” di Simone de Beauvoir, filosofa compagna di Sartre: l’opera si ispira proprio alla ritirata di 12000 chilometri affrontata dall’esercito di Mao nel 1934 e paragonata all’Anabasi di Senofonte. «La rivoluzione – narra l’attrice – è stata necessaria per dare uno spiraglio di avvenire ai contadini cinesi. Per liquidare il capitalismo erano necessari un programma comunista e un’azione violenta come la marcia intrapresa dall’Armata Rossa Cinese per aprirsi la strada dopo che il partito comunista era stato confinato».

MOBILITARE LE MASSE. «Mao ha mobilitato le masse, ha coinvolto i giovani studenti per riformare il sistema sociale basato solo sull’economia e sul lavoro meccanico dell’operaio e quello familiare fondato esclusivamente sul matrimonio e sulla necessità di portare a casa soldi. Mao – continuano a leggere e spiegare insieme la Ventura e Gioviale – ha avuto una vocazione pedagogica, si è rivolto alle scuole affinché venissero formati individui liberi. Ognuno poteva scegliere se guidare i contadini, mescolarsi tra loro od opporvisi». Nel sottolineare l’attivismo di Mao Tse-tung, Gioviale ha fatto un confronto con il comunismo sovietico: «Nulla è più diverso del comunismo di Mao da quello di Stalin: quest’ultimo si chiudeva al Cremlino, non mobilitava le masse. Mao sì, fino al punto in cui egli stesso ha dovuto frenarle e ha commesso un’aporia rispetto al suo programma iniziale appropriandosi del potere in modo totalitario».

LA STORIA RACCONTATA DAL TEATRO.  «Il teatro – conclude Gioviale – serve anche a trasmettere storia per mezzo di parole e immagini: un’opera lirica di John Adams su libretto di Alice Goodman, ispirata all’incontro in Cina tra il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon e Mao Tse-tung, dimostra come il genere lirico sia vivo più che mai e possa trasmettere il mito e la storia per immagini e parole».

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