Il re alla corte del Paradiso: il cuore siciliano di Luigi I di Baviera
Giunto nell’isola per curare una polmonite, il sovrano, appartenente ad uno dei casati più antichi e prestigiosi d’Europa e dottissimo appassionato di arte e cultura, si innamorò perdutamente dell’isola, tanto da tornarci più volte nell’arco di quarant’anni. Le sue avventure, spese tra antiche rovine, processioni, lunghe e solitarie peregrinazioni in groppa ad un mulo, furono testimoniate dai diari di spedizione redatti dai suoi segretari, ma anche dalle poesie che compose in omaggio alla nostra terra. Le cui bellezze tentò persino di imitare nella sua Monaco
Si può afferrare il destino? Incrociarlo in un luogo lontano, ignorando che, a passo silenzioso, i tuoi passi stanno incrociando i suoi? Probabilmente sì. Perché, se così non fosse, non esisterebbero certe storie da romanzo. Certi suggestivi e lirici incastri, che a ripercorrerli sembra quasi di visualizzarli nella memoria del cuore. Può tramutarsi in una strada polverosa, quel destino multiforme che ci affanniamo a cercare, erroneamente, nelle forme della consuetudine. Nei colori di un cielo sconosciuto che si innalza dove lo sguardo non è mai arrivato prima. Nell’accento di una folla sanguigna, che scorre sempre uguale, con la medesima naturalezza, come un fiume tra le pieghe del tempo. Nei simboli che, nonostante le crepe, nonostante l’indifferenza, si reggono in piedi come baluardi della verità. Come autorità a cui persino un re finisce per inchinarsi. È quando si accetta l’orizzonte impensabile, il viaggio in una dimensione inattesa, che l’incontro fatale può manifestarsi. Addirittura replicarsi, geminarsi, elevarsi. Restare inciso come un exemplum. Così fu, per certo, quando a Luigi I di Baviera, futuro sovrano del ducato appartenente al casato di Wittelsbach, uno dei più antichi e prestigiosi del Vecchio Continente, venne riferito che la cura alla sua grave polmonite si chiamava Sicilia. Nel momento di fragilità di un uomo temerario e dotto, che a soli vent’anni, nel 1806-1807 aveva combattuto al fianco di Napoleone, che aveva fatto delle città bavaresi delle raffinatissime custodi d’arte e di storia, che sognava un’Europa fondata sul diritto e sull’uguaglianza dei popoli, uno scenario inedito gli si presentò dinnanzi. Ma il destino, si diceva, ama lasciarsi inseguire nelle rotte più contorte. Nella malattia e poi nella rinascita. Quella traiettoria, che pareva dover volgere al termine, fu invece l’inizio di un legame indissolubile. Quel clima salubre, che rappresentava un appiglio di salvezza, divenne poi aria di casa. La meta in cui il sovrano, dopo aver posseduto tutto, rinvenne l’essenziale.
Volle che al suo seguito, nel 1817, anno del primo approdo sull’isola, ci fosse anche un paesaggista. Un ingegno acuto, che potesse immortalare il suo giro delle chiese normanne – tra tutte la Cappella Palatina – il suo lungo peregrinare in groppa ad un mulo tra Trapani e Palermo, il suo fermarsi a comporre poesia per la bellezza che gli si schiudeva passo dopo passo, attraversando Selinunte, Taormina o Siracusa. Ma anche il suo confondersi tra la gente, tra le sue vivide usanze, tra le fisionomie del Sud. Più la scrutava, più la incorniciava nei propri versi, più la Sicilia gli restituiva sé stessa. Tornò altre sei, forse sette volte. Come se assaggiare non gli bastasse: desiderava immergersi, annullarsi nella pienezza di quell’esperienza. Inviava i suoi emissari a cristallizzare su foglio o su tela la classicità che aveva sempre amato. E non disdegnava di rimanere solo, di lasciarsi trascinare dalle riflessioni più varie. Come quando, nella Cattedrale di Palermo, nel 1842, volle accostarsi alla tomba di Federico II: un fratello nello spirito, anch’egli disceso dal Nord Europa. Forse alla ricerca di qualcosa di più di un semplice omaggio: forse alla ricerca del segreto che lo aveva avvinto a quella terra del sentimento. Alle escursioni tra le rovine di Segesta. Alla processione di Santa Rosalia. Quel suo girovagare, quegli scorci di libertà e di autenticità che solo degli eleganti balli, di tanto in tanto, riportavano ai doveri della Baviera, quasi prefigurarono la conclusione della sua vita. Quando il popolo che gli era stato affidato lo condannò politicamente – perché ritenuto vicino a quell’inclinazione reazionaria che aveva combattuto in giovinezza – e moralmente – a causa della sua relazione con la affascinante danzatrice Lola Montez – ad un esilio volontario nel 1848. Quando, dopo aver abdicato in favore del figlio, non ebbe dubbi nel cercare di rifugio dove il re, per lunghi tratti della sua vita, aveva lasciato spazio all’uomo. Dove la corona era stata deposta ai piedi di un sogno della felicità. Spese gran parte del suo tempo in giro per l’Italia: componendo, commuovendosi, esaltandosi per i moti che promettevano, soprattutto in Sicilia, una nuova stagione libertaria che mai, invece, si concretizzò davvero. Poi, nell’isola che lo aveva accolto, tornò un’ultima volta, nel 1857.
La compagnia, questa volta, fu del tutto singolare. Ai bordi delle strade che aveva instancabilmente percorso, lungo le quali aveva intercettato con innocente casualità occhi che gli apparvero da subito amici, ritrovò i fantasmi di una fugace beatitudine. I giorni sbiaditi della grandezza e della foga. Immalinconito, prigioniero di un costante senso di perdita, si mise alla ricerca di confortanti ricordi. Di quando, davanti al mare di Cefalù, si era messo a scrivere di quella città che gli appariva come un’appendice del Paradiso. O di quando, di ritorno da una delle tante incursioni siciliane, aveva dato ordine che a Monaco si respirasse, almeno architettonicamente, l’aria di Monreale. Di quando ai suoi segretari aveva raccomandato di annotare dettagliatamente quelle spedizioni giunte sino a noi. E chissà che, nel lasciare l’isola dopo averla cantata per tutta la vita, prima di morire a Nizza nel 1868, non si sia sentito re per un’ultima volta. Sovrano di un regno dove ogni cosa sembrava possibile. Dove ogni storia, compresa la sua, si intrecciava alla Storia di tutti. Dove l’arte e la fantasia lo avevano elevato più di quanto qualsiasi trono avrebbe mai potuto fare.
(Immagine in copertina generata con GeminiAI)

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