Il teatro contro gli stereotipi: “Il rispetto di una puttana” a difesa degli emarginati

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«Se ci fossimo tenuti per mano sin dall’inizio dei tempi, avremmo potuto affrontare qualsiasi difficoltà»

Una Babele: confusione, vocio, passi animaleschi, parole confuse in lingue diverse accolgono lo spettatore di “Il rispetto di una puttana”, spettacolo andato in scena al Centro Zo lo scorso 6 aprile dell’autore e regista Giuseppe Provinzano. Quest’ultimo è il presidente dell’associazione Babel crew, un gruppo di artisti che ha dato vita al progetto “Amunì”, laboratorio multidisciplinare che punta a costituire una compagnia di migranti. Hanno preso parte a questa rappresentazione Marta Bevilacqua, Meniar Bouatia, Molka Bouatia, Bandiougou Diawara, Rossella Guarneri, Yousif Latif Jaralla, Hajar Lahmam, Brigth Onyesue, Luigi Rausa, Andrea Sapienza.

La città di notte. Vestiti di bianco, scalzi, tutti uguali, ma tutti diversi: così si presentano gli attori, già sul palco quando il pubblico irrompe silenziosamente in sala. Tra loro tuttavia spicca una figura, una ragazza con indosso un abito nero e ai piedi dei tacchi alti. È lei, la “puttana”. Un narratore dall’accento straniero informa che in scena i dieci attori si trovano in una città di provincia, ma nel senso negativo del termine: ognuno afferra un microfono e denuncia questa metropoli che si dimentica dei propri figli, che di notte si trasforma e fa paura. Non si tratta di una città specifica, ma di una realtà periferica, nei pressi di una stazione, che rappresenta la zona buia di ogni realtà cittadina: non importa che sia Catania o Palermo o qualsiasi altro posto, ciò che conta è la sua incapacità di accogliere i propri cittadini.

Pregiudizi e verità. Liberamente ispirato a “La Putain respectueuse” di Sartre, la storia racconta di una prostituta, Lisa, aggredita da tre uomini bianchi e salvata da due neri, di cui uno perde la vita nella rissa mentre l’altro, Doudou, fugge. Questo è soltanto l’antefatto di un inizio in medias res che vede direttamente interagire Doudou e Lisa: egli le chiede aiuto, ma non vuole soldi, «Perché ogni volta che vi si avvicina un nero pensate che vi debba chiedere dei soldi?», vuole verità e giustizia, chiede solo che Lisa racconti la vera versione dei fatti in una società che non si fa scrupoli ad accusare immediatamente chi è diverso.

Anche qualcun altro tuttavia bussa alla porta di Lisa: è Alfredo, un ricco uomo influente che cerca di corromperla in ogni modo per estorcerle una falsa verità e accusare Doudou, così da scagionare il vero assassino, un bianco che è «il migliore della città». La parola di una prostituta straniera e di un nero contro quella di politicanti e imprenditori da sempre residenti in città: le speranze sono perse in partenza. Persuasiva e diabolica è poi la voce di Marina, che si rivela moglie di Alfredo: fingendo di immedesimarsi in Lisa la compatisce, guadagna momentaneamente la sua fiducia, ma i suoi obiettivi sono ben altri. Anche Marina è una politicante in cerca di voti, anche lei punta a scagionare il vero colpevole e odia i «negri».

Amunì, ovvero «andiamo». Legati e travolti da una vicenda più grande di loro, Doudou e Lisa sono contemporaneamente la possibilità di salvezza o di condanna l’uno dell’altra. Di fronte al bivio tra lasciarsi corrompere e accusare un innocente per avere una vita migliore e dire la verità con il rischio concreto di non essere creduta, la donna sceglie la fuga. Lei così indecisa e timorosa, lui sempre con la testa dritta e lo sguardo rivolto in avanti: Doudou e Lisa si incoraggiano a vicenda e prendono la decisione definitiva. «Amunì», una fuga da una società inospitale verso una nuova avventura, si spera, migliore.

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