«Dove c’è uno spettatore disposto ad ascoltare un attore che a sua volta è disposto a recitare un verso lì c’è il teatro». Un concetto che va oltre le maschere, il botteghino, le poltrone comode. Un messaggio che può essere portato addirittura tra le mura domestiche, a diretto contatto con le persone

[dropcap]«[/dropcap][dropcap]N[/dropcap]on si può immaginare quanto sia magica la dimensione che si crea quando si fa teatro in un salone privato» racconta il regista catanese Nicola Costa, da più di dieci anni impegnato con progetti improntati sul sociale e sulla legalità e promotore dell’iniziativa “Teatrincasa”. «Il teatro oggi ha bisogno di essere rinnovato – spiega il direttore artistico del centro studi Teatro e Legalità – Accademia d’Arte Drammatica – e per rinnovarsi deve destrutturalizzarsi, ovvero entrare in ambienti alternativi». Che sono librerie, biblioteche, scuole, ristoranti. Ma anche case private dove Costa, insieme alle colleghe Eleonora Lipuma e Grazia Cassetti, ha sperimentato una formula interessante di teatro a domicilio.

«Una persona mette a disposizione la propria casa per una serata diversa – chiarisce l’attore – dove recitiamo un reading a tema». Da circa un anno l’argomento centrale è quello dell’immigrazione, affrontato da Nicola e le colleghe nello spettacolo Il viaggio, che racconta il tentativo «di costruire un ponte tra la storia tragicamente attuale che tutti conosciamo e quella vissuta dai nostri nonni non più tardi di un secolo addietro. La differenza è che noi eravamo italiani e andavamo in Australia e in America, mentre oggi sono somali ed eritrei che arrivano in Europa, dove vengono trattati, etichettati e ghettizzati come lo siamo stati noi italiani quando abbiamo intrapreso il nostro viaggio della speranza nel tentativo di sfuggire a epidemie, carestie, guerre e condizioni disumane».

L’attore e regista Nicola Costa

Il viaggio è iniziato come progetto pilota a casa di un’amica e dallo scorso ottobre i tre interpreti hanno recitato in sedici spettacoli in case private. «Ogni serata ci sono circa trenta o quaranta persone che si riuniscono sotto un tetto e dopo cinque minuti dimenticano di essere nel salone domestico di un appartamento». La percezione è quella di essere in una sala teatrale con le uniche differenze che gli attori stanno in mezzo al pubblico, non esiste la quarta parete e non c’è il sipario. «Siamo appiccicati – conferma Costa – e la parte più bella è che dopo lo spettacolo, che dura circa un’ora, gli spettatori condividono con noi una fetta di pizza, un piatto di pasta o un bicchiere di vino e si parla, ci si confronta». Così succede che le persone non solo si complimentano, ma vogliono replicare l’esperienza a casa loro, invitando amici e colleghi, che siano insegnanti, medici o avvocati. «Il pubblico è vario, formato da gente che solitamente non frequenta il teatro o non pensa che si possano trattare argomenti come l’antimafia, l’immigrazione, il femminicidio» osserva Nicola Costa, che aggiunge come siano forti «la sete e la disponibilità all’accoglienza di un certo tipo di prodotto artistico, che evidentemente è necessario in questa società».

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