Immergersi nella realtà, vivere in prima persona e raccontare: così può ripartire il giornalismo

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Dalla crisi economica alla crisi dell’editoria, passando per l’emergenza migranti: questi gli argomenti trattati nella lectio magistralis tenutasi al Monastero dei Benedettini in occasione della tredicesima edizione del Premio Internazionale di Giornalismo “Maria Grazia Cutuli”. A esserne stati insigniti sono: per la sezione “Stampa estera” Teodoro Andreadis Synghellakis, per la sezione “Stampa italiana” Carmela Giglio; come “Giornalista siciliano emergente” Laura Bonasera, inviata di “Nemo – nessuno escluso”.

«Nella crisi che oggi l’editoria sta vivendo, bisogna tornare all’essenza del giornalismo, ripartire dalla cronaca»: così afferma Carmela Giglio, con cui concorda in pieno Antonio Ferrari, editorialista del “Corriere della Sera”. «Il cronista – sostiene Ferrari – deve essere attento alle parole proprie e altrui, stare a contatto con la gente ed essere disposto anche a grandi sacrifici pur di salvare la coscienza e raccontare la verità». È questo il compito dell’inviato, che verifica sul posto quanto racconta senza il rischio di cadere in fake news: «Il giornalista scende in campo, si immerge nella realtà, ne è contaminato e la contamina a sua volta: bisogna sfatare il mito dell’obiettività assoluta del reporter, è comunque umano ed è normale che lasci tracce e abbia una propria visione dei fatti. – sostiene la Giglio – Ciò che conta non è solo l’oggettività, ma la lucidità, saper guardare la realtà senza prefigurarla come un teorema fatto di postulati e tesi». Tale opinione è frutto della personale carriera della giornalista: «Quando l’anno scorso è stato eletto Trump – racconta l’inviata – io non mi sono fidata dei pronostici degli analisti, ma sono andata sul posto a verificare. Ho parlato con Afro-americani che, nonostante l’elezione di Obama, si sentivano ancora ghettizzati, erano “neri dentro”, ho ascoltato uomini della classe operaia che si ritenevano traditi dai Clinton. Questo ci permette di capire che l’ascesa di Trump quindi non era così imprevedibile».

 

STORIE E NUMERI. La Giglio non si limita alle parole, mette in atto quanto raccomanda e osserva ciò che la circonda con la propria lente di ingrandimento così da estrarre storie interessanti da quei numeri anonimi che ogni giorno sentiamo o leggiamo a proposito di stragi, migrazioni e altre tragedie. «Le persone sono stanche di sentir parlare solo di masse di gente che soffre e quindi sbarrano le porte all’informazione. Di conseguenza – continua la Giglio – il giornalista diventa un avatar chiuso nella propria bolla, non distingue la realtà dalla sua rappresentazione e dimentica l’essenza del proprio mestiere: verifica e testimonianza. Lasciandosi guidare dalla “bussola” della responsabilità morale e dell’impegno civico e alimentandosi con il “carburante” della passione e dell’emozione, il giornalista deve vincere la stanchezza dei lettori». L’inviata osserva che oggi il giornalismo è investito da una mutazione genetica dovuta anche al web, che ha dato l’illusione di una proletarizzazione dell’informazione fornita da tutti. Di fronte a ciò c’è uno svilimento dell’informazione venduta come un prodotto in offerta al supermercato: si punta più alla rapidità e alla quantità che alla qualità.

 

“GIORNALISMO IMMERSIVO”. Quest’ultima osservazione trova concorde Laura Bonasera, la quale afferma: «Oggi, con la crisi, una trasferta giornalistica dura al massimo due o tre giorni. È questo il tempo limite a noi concesso per realizzare un pezzo, come se si trattasse di un prodotto materiale». Con audacia, la giovane Bonasera si è fatta spazio riuscendo a emergere da un’epoca critica per l’editoria grazie a un nuovo modello di giornalismo “immersivo”: «Bisogna dar voce alle persone meno fortunate – afferma l’inviata – e per farlo il giornalista sociale deve scendere dal proprio piedistallo e immergersi nella loro realtà, calarsi nei loro panni per un giorno per raccontarne le storie che spesso la gente non vuole sentire». Andare sul campo, cercare le notizie, denunciare ove necessario: questo è il giornalismo intramontabile coltivato dalla Bonasera, la quale infatti ha mostrato a tutti situazioni di sfruttamento degli immigrati che, forse, sono state un incentivo per l’approvazione della legge contro il caporalato.

 

AIUTI SENZA CONFINI. Proprio l’accoglienza dei migranti è una delle sfide d’Europa nei giorni nostri e che noi, come i Greci, viviamo in prima persona. Così Synghellakis sottolinea la necessità di un intervento europeo che non abbandoni Grecia e Italia davanti a un problema troppo grande per loro. «Non bisogna lasciare l’emergenza immigrazione nelle mani di gruppi xenofobi. In Grecia – afferma il giornalista – il partito nazifascista Alba Dorata, nel pieno della crisi economica, ha fomentato gli odi garantendo aiuti solo agli abitanti autoctoni e maltrattando gli stranieri come se fossero animali minacciosi». Oggi però qualcosa sta cambiando: la candidatura al Nobel per la Pace di Lesbo e Lampedusa mostra che è stato ufficialmente riconosciuto il fatto che Grecia e Italia, nonostante siano tra i paesi europei più colpiti dalla crisi, si sforzino per prestare soccorsi e aiuti. Continua Synghellakis: «L’aiuto non ha regole né confini, dipende dall’etica della persona che spesso si scontra con la ragion di Stato. I paesi europei devono superare le riluttanze, accogliere e non sfruttare i migranti e contemporaneamente garantire la sicurezza dei paesi d’accoglienza, oggi più che mai in una situazione di terrorismo dilagante. L’Europa meridionale, un tempo culla della cultura classica, oggi rischia di diventare periferia: bisogna puntare su libertà e diritti per ricostruire la civiltà».

 

 

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