«Ero a Londra per fotografare Marc Bolan e i T Rex, non sapevo chi fosse David Bowie», racconta Masayoshi Sukita. Correva il 1972 e il celebre fotografo giapponese, allora trentaquattrenne, si occupava di moda dopo aver fatto un po’ di gavetta nella factory di Andy Warhol. Un reportage alla tre giorni di pace amore e musica di Woodstock e l’incontro con Jimi Hendrix pochi mesi prima della morte del chitarrista lo avevano avvicinato al mondo del rock. Era una grigia mattina londinese quando Sukita si fermò davanti al cartellone che pubblicizzava il concerto The Man Who Sold the World di David Bowie. Sul manifesto campeggiava l’artista londinese con una gamba alzata su sfondo nero. Sukita rimase incantato: «Era così potente, era carismatico, era diverso dalle altre rockstar».

Decise di andare ad ascoltarlo. E scoppiò la scintilla. «Guardare David sul palco mi ha aperto gli occhi sulla sua genialità creativa», ricorda il fotografo oggi ottantaduenne. «Lo vidi suonare con Lou Reed ed era potentissimo. Bowie era diverso dalle altre rockstar, aveva qualcosa di speciale che capii subito di dover immortalare in fotografia».

Sukita conosceva appena tre parole d’inglese. Per poter entrare in contatto con Bowie chiede aiuto all’amica stylist Yasuko Takahashi, pioniera della moda in terra nipponica nonché mente dietro le prime sfilate londinesi di Kansai Yamamoto, lo stilista che disegnò i costumi di scena di Bowie durante il periodo di Ziggy Stardust (1972). Per il fotografo si aprono così le porte di casa David Robert Jones, in arte David Bowie, “L’uomo che cadde sulla terra”. «Gli mostrai il mio portfolio. Non sapevo che musica facesse, ma avevo sentito che aveva studiato danza con Lindsay Kemp. Il suo linguaggio corporeo era straordinario e piaceva molto a tutt’e due la colonna sonora del film 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Così combinammo tutti questi elementi nelle nostre foto e quel che ne venne fuori fu semplicemente iconico».

Da quel lontano 1972, Bowie e Sukita si rincontreranno in molti angoli del mondo. Una selezione della considerevole produzione del fotografo sarà a Palermo da sabato 10 ottobre a domenica 31 gennaio nella mostra Heroes – Bowie by Sukita ospitata nei maestosi saloni di Palazzo Sant’Elia. Un esperimento interessante che creerà un affascinante corto circuito tra il tratto visionario e personalissimo, assolutamente contemporaneo, di Sukita e gli eleganti saloni barocchi di un palazzo nobiliare settecentesco.

Una mostra da guardare e da ascoltare, una passeggiata attraverso oltre 100 ritratti in un ambiente immersivo audio-video. Un omaggio a Bowie, scomparso troppo presto, ma anche al grande fotografo. Si spazia dai primi anni Settanta alle foto realizzate in Giappone (a Tokyo e Kyoto, dove Bowie era andato a girare la pubblicità di un sake), fino a quelle dei primi anni Duemila. Non mancano gli scatti più leggendari come la celeberrima copertina dell’album Heroes, o una galleria di personaggi che David Bowie ha interpretato solo per l’obiettivo del fotografo giapponese. Sukita non ha mai nascosto che il camaleontico artista «non si limitava a creare un personaggio, ma diventava quel personaggio, e così era più facile ritrarlo».

Un caleidoscopio prezioso per verificare una volta di più come solo il cambiamento continuo sia la chiave per rimanere profondamente se stessi. In mostra la storia di un’icona, ma anche il racconto di una solida amicizia come rivelano le fotografie più private, colte fuori dal set, tratte dall’archivio personale di Masayoshi Sukita, come quando andavano in giro per le strade di Kyoto. «Bowie noleggiò un’auto, che guidava da solo, e mi portava in giro per la città», ricorda. «Io sedevo nel sedile posteriore sia perché lui conosceva la città meglio di me, l’aveva già visitata altre volte, sia perché noi non parlavamo affatto, io non parlo una parola d’inglese! La nostra comunicazione e la nostra intesa erano tutte basate sulle fotografie». Da allora, il suo inglese non è migliorato. Tutt’altro. Alla “prima” fiorentina della mostra, nel giugno dello scorso anno, si è fatto accompagnare dal nipote per farsi tradurre.

Forse, anche per questi ostacoli linguistici, l’alchemico mistero del rapporto sbocciato tra i due nessuno l’ha mai saputo spiegare, nemmeno i biografi ufficiali del cantante. Le foto però parlano chiaro. Il segreto delle immagini di Sukita è la naturalezza con cui ha affrontato e interpretato la complessità in continuo movimento di Bowie. In quarant’anni di amicizia e collaborazione, i due hanno attraversato insieme cambi d’identità e di look che hanno segnato più di un’epoca, da Ziggy Stardust al Duca Bianco fino allo storico scatto per Heroes.

Perché Sukita, tra una copertina dei Devo e una di Screamin Jay Hawkins, rimase vicinissimo a Bowie e nel 1977 quando il cantautore inglese torna a Tokyo con Iggy Pop, chiede proprio all’amico Masayoshi di ritrarlo in una lunga sessione fotografica che il maestro giapponese non sapeva sarebbe divenuta la celebre copertina di Heroes, una delle più iconiche mai realizzate nella sua carriera.

«Bowie aveva prodotto il disco The Idiot di Iggy Pop e vennero insieme in Giappone a promuoverlo», racconta oggi. «Mi chiamarono per un’ora di foto ciascuno. Nessuno parlò di scattare la copertina di un disco e quindi non pensai a nulla di creativo o concettuale. Catturai Bowie al naturale, seduto, in piedi, capendo che quella era la chiave più interessante. Invece di dargli indicazioni su come posare, mi limitai a fissare la sua “persona”. Gli spedii i provini e un mese dopo Bowie mi fece sapere di aver scelto una di quelle fotografie per la copertina di Heroes. Più tardi fu premiata come miglior copertina dell’anno da una rivista inglese. Ne fui davvero felice ed orgoglioso».

Una fotografia che è diventata un tatuaggio, a tal punto che l’artista l’ha riutilizzata con un brillante artificio per il suo ritorno a sorpresa nel 2013 con The Next Day, dove allo storico robotico ragazzone col ciuffo e giacca di pelle si sovrappone un quadratone bianco con il titolo del nuovo lavoro. Due anni dopo, pochi mesi prima di morire, Bowie descrisse Sukita come «un artista impegnato, un artista brillante, che chiamerei Maestro». Il fotografo non ha mai pensato a Bowie come ad un amico o ad un soggetto fotografico. Per lui, è sempre stato semplicemente «David Bowie».

«Sono molto grato a David Bowie per aver fatto affidamento su di me. Non ha mai chiesto di approvare le immagini che gli ho scattato. Potevo sempre scegliere le foto che mi piacevano e lui non si sarebbe mai lamentato del mio editing. Non parlo inglese quindi non c’è mai stata comunicazione verbale tra di noi. Potremmo comunicare attraverso il rispetto reciproco e attraverso la nostra arte».

L’ultimo ricordo personale risale a una mostra a Manhattan mentre David Bowie era già molto malato. «Io non lo sapevo e lo invitai a partecipare. Mi rispose dicendo che era molto impegnato a registrare il suo ultimo album e non poteva partecipare e ha inviato un messaggio. Quella è stata l’ultima volta che mi sono messo in contatto con lui. Quando ho saputo della sua morte, mi sono sentito vuoto per una settimana. Molte persone importanti stavano facendo dichiarazioni per commemorarlo. Ciò che mi ha aiutato a sentirmi meglio è stato il messaggio scritto su Twitter dal governo tedesco: “Addio, David Bowie. Ora sei tra gli eroi. Grazie per averci aiutato ad abbattere il muro”. Quel messaggio mi ha commosso profondamente. David Bowie non era solo un musicista, aveva il potere di cambiare il mondo».

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