Andare controcorrente non è semplice, ma qualcuno ne ha fatto la propria vocazione. L’apprezzato cantautore è uno di questi, come dimostrano il suo ultimo album e le sue convinzioni a proposito di temi come felicità e cambiamento

Ironia e gioia da un lato, piedi ben piantati a terra contro il miraggio del successo facile dall’altro: sono queste le armi con cui Brunori Sas – nome d’arte del cantautore calabrese Dario Brunori – si propone di affrontare la vita. Incontrato a La Feltrinelli di Catania dove ha presentato al pubblico etneo il suo nuovo lavoro discografico “Cip!”, l’artista, con lo sguardo lucido e disincantato che lo contraddistingue, ci ha rivelato il significato di un titolo così peculiare, nonché le ragioni che stanno dietro al suo modo di fare musica.

“Cip!” è un titolo piuttosto insolito per un album musicale. Da dove viene?
«Questo disco intende raccontare un sentire, piuttosto che un pensiero, che nasce da un momento di amarezza e disincanto. In un’epoca in cui tutti gridano, mi sono preso il rischio di cercare di rappresentare la gentilezza, il garbo, il tono dolce di chi crede in alcune cose, ma allo stesso tempo crede anche che esista un modo differente per dirle. Oggi i toni sono molto esagerati ed esasperati: ho trovato opportuno fare un disco il cui simbolo è un pettirosso, un piccolo uccellino che pur con il suo sussurrato “Cip!” riesce ugualmente a fare la sua parte».

Ascoltando le tue canzoni si percepisce una grande coscienza dei problemi che affliggono la nostra società e delle paure con cui conviviamo. Nonostante ciò, i tuoi testi trasmettono sempre un senso di leggerezza, di umorismo. Cosa lega questi due aspetti?
«Ho sempre amato il riso, esorcizzare le difficoltà con una risata che non sia stupida, ma consapevole. Nelle mie canzoni in passato ha prevalso la tristezza, ma questo è un album che parla anche di gioia e di persone che fanno tanto per migliorare le cose. L’umanità nei social è sempre rappresentata da emozioni solo negative, ma bisogna coltivare anche la felicità, entrambe le emozioni ci rendono vivi. Quindi ben venga il riso, ben venga il pianto, purché vengano fuori da qualcosa di reale».

Un altro filo rosso nelle tue canzoni è la paura che la promesse a cui sei aggrappato possano rivelarsi illusioni. Quanto ti turba la necessità di dover affrontare i cambiamenti?
«Molto spesso questo tema nella mia vita è stato motivo di infelicità. Per me è stato molto difficile accettare il cambiamento, l’ho sempre visto come un turbamento ed ho sempre vissuto la fine delle cose con grande difficoltà. Ma ho capito che non accettarla vuol dire in qualche modo rifiutare la vita, rendersi schiavo di un’esistenza in cui cerchi di tenere sotto controllo tutto, senza fare i conti con l’unica verità: siamo mutamento. Tutto cambia e in questo disco parlo molto di unione, della necessità di unire le persone, di accettare l’attrito che proviene dall’altro da me, perché dall’attrito vitale può venir fuori la vita».

Come vivi il rapporto con il successo? E che ruolo possono giocare i social in questa dinamica?
«Oggi l’obiettivo è il raggiungimento veloce del successo e i talent, in questo senso, stimolano molto. Magari avere successo all’inizio appaga il tuo desiderio di attenzione – poiché tutti abbiamo un desiderio simile – e i social, talvolta, possono darti la sensazione di essere amati da tutti. Però quando la rincorsa frenetica al successo rimane l’unico vero obiettivo, ti rendi conto della vacuità di questo desiderio. Il successo visto solo come obiettivo è molto pericoloso, perché puoi arrivare in vetta e sentirti comunque infelice».

 

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