Javier Cercas «La follia di Don Chisciotte per vivere senza adattarsi»

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Lo scrittore e intellettuale spagnolo, convinto europeista e fautore dell’imprescindibile ruolo della letteratura per la comprensione della storia, ci offre degli illuminanti spunti di riflessione, tra l’eredità di Cervantes e il ruolo dell’ironia nel romanzo

«A volte si sente dire che i giovani di oggi siano in qualche modo “inadatti” alla società contemporanea, ma è sempre stato così. La lotta tra generazioni c’è sempre stata, perché la realtà è qualcosa di molto complesso. La nostra è una continua battaglia per vivere nella migliore forma possibile, però l’uomo “adattato” è un uomo stupido. Vivere consiste nell’adattarsi, ma quando ci riesci muori. Allora preferisco essere giovane e disadattato. E resistere. Perché chi resiste vince».

Per Javier Cercas, il compito delle nuove generazioni è quello di «costruire il futuro tenendo il passato sempre presente». Del resto, il grande filologo e scrittore spagnolo, europeista al punto da definirsi “estremista” e strenuo sostenitore del romanzo come chiave interpretativa della Storia, a partire dal celebrato Soldati di Salamina (Guanda, 2002) – nel quale ha raccontato una vicenda ambientata negli ultimi mesi della guerra civile in Spagna – fino agli ultimi lavori in cui ha raccontato della transizione spagnola successiva alla fine del Franchismo, ci ha abituati a un mix di memoria, politica e realtà. Lo abbiamo incontrato a Catania, a ridosso di Taobuk durante la quale è stato insignito del “Premio Sicilia”.

Nella sua produzione il tema della memoria è una costante. Qual è la sua funzione in un momento storico durante il quale molti paventano un ritorno del fascismo?         
«Il problema è che non esiste praticamente una memoria del fascismo. Non ci sono più persone che lo hanno vissuto e che possano ricordarlo. Ciò che abbiamo oggi è la storia, che è una cosa diversa. Cervantes nel Chisciotte dice che la storia ci insegna gli errori che hanno commesso i nostri antenati. La storia non si ripete mai, ma da essa possiamo meglio comprendere il nostro presente».

Ad esempio? Cosa possiamo imparare oggi dalla storia?
«Oggi stiamo ripetendo tantissimi errori degli anni ‘30. E questo non tanto perché li abbiamo dimenticati, ma perché ne abbiamo una visione edulcorata. È passata un’idea semplificata di ciò che è stato il fascismo e il mondo dopo la crisi economica del 1929. Nel 2008 è avvenuto qualcosa di molto simile a quella crisi, ma grazie alla tanto vituperata Unione Europea – l’unica nostra utopia politica abbastanza ragionevole da non essere diventata un inferno reale – la situazione non è degenerata in una guerra terribile. La conseguenza è stata però la nascita di quello che chiamiamo nazional-populismo, che tuttavia non è il fascismo, ma una sua metamorfosi».

Come dobbiamo guardare al passato per avere una possibilità di non ripetere gli stessi errori?
«Ciò che è successo nel passato, di cui c’è ancora memoria e gente viva, non è passato ma fa parte del presente. È una dimensione del presente senza la quale quest’ultimo sarebbe mutilato. È per questo che dico che l’unico modo per fare qualcosa di utile per il futuro è avere il passato sempre presente».

La letteratura, in questo senso, è un modo per divulgare la storia?
«No, semmai è uno strumento per comprenderla. Chi divulga la storia sono gli storici, la letteratura deve aiutare a far capire tutta la complessità, morale, politica, del reale. Da giovane credevo che la letteratura non fosse utile ed ero contrario a quella engagé. Oggi sono sicuro che sia utile, ma soltanto se non vuole esserlo, sennò diventa propaganda o pedagogia. Capire non vuol dire giustificare, ma darci gli strumenti per non commettere gli stessi errori. In questo senso, per me scrivere un romanzo è formulare una domanda nella maniera più complessa, e dare una risposta ambigua, contraddittoria, ironica».

In cosa consiste l’ironia?      
«Prendiamo Cervantes: Don Chischiotte è completamente pazzo, dovrebbe stare in manicomio, ma è estremamente intelligente e capace di parlare di cose complesse. È un personaggio comico, ridicolo, ma allo stesso tempo un vero eroe. Ciò che il romanziere vuole è mostrare che la realtà è più complessa di quello che pensiamo. Un cittadino, dinnanzi a Hitler non esiterebbe a definirlo come un mostro, ma un romanziere si chiederebbe piuttosto come sia stato possibile che il mondo ne sia rimasto affascinato. Adorno diceva: è più importante capire il carnefice che la vittima, perché con quest’ultima si può essere solidali, ma per lottare col carnefice è necessario comprenderlo, oppure tutto il mondo diventerà una vittima. È a questo che serve la letteratura».

Oltre che romanziere, lei è giornalista, saggista, opinionista. Alla luce di quanto ha appena detto, come coesistono tutte queste anime?
«Si tratta di una convivenza pericolosa, perché l’intellettuale può ammazzare il romanziere, facendo in modo che i suoi libri siano propagandistici.  Viceversa il romanziere potrebbe ammazzare l’intellettuale, facendogli pensare che non deve prendere posizioni nette, ma nella vita è necessario farlo.
L’utilità di tutto questo? Porre in dubbio delle certezze è sempre un bene. Certo, non è facile, ma io sono un cittadino, non solo un romanziere».

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