«Scuote l’anima mia Eros, come vento sul monte, che irrompe entro le querce e scioglie le membra e le agita, dolce, amaro, indomabile serpente». Così la poetessa Saffo cantava mirabilmente il fatale abbraccio tra amore e morte, tra l’abisso del desiderio e quello della perdizione. Due vuoti esistenziali che si scrutano e si specchiano, riscoprendosi ogni volta tanto simili da risultare addirittura confusi, sovrapposti, intercambiabili. Perché, quando si parla di passione, la mancanza equivale all’eccesso: avvelenano il cuore di cupezza e consumano i respiri dell’anima. Bramano selvaggiamente la pace del compimento e nel farlo ne sabotano la realizzazione in maniera irrimediabile. Eros e Thanatos, d’altra parte, specie dopo la codificazione filosofica e scientifica di Freud, sono le colonne portanti dell’agire umano, il binario su cui corrono le vicende più sublimi e profonde della nostra specie, il fuoco che alimenta la costante costruzione di sé. Ben si capisce, perciò, per quale ragione la letteratura non sia rimasta indifferente al fascino di questa ancestrale polarità, restituendo storie di straordinaria iconicità. Non esiste poeta, narratore o, in senso lato, artista che non abbia fatto i conti con le cicatrici d’amore, con le contraddizioni insite nella ricerca di un impossibile equilibrio tra istinto di possesso e felicità. Accanto ai grandi numi tutelari dell’argomento, da Shakespeare a Baudelaire, da Goethe a Foscolo, qualcuno potrebbe stupirsi di imbattersi nel nostro Giovanni Verga, il quale, tuttavia, sia prima che durante la sua fase verista, a lungo si soffermò sulle perversioni e sulle tragedie scaturite dalla deformazione del sentimento d’amore. Al fianco delle quali lo scrittore isolano fu sempre abile ad affiancare un’impietosa analisi di tipo sociologico.

Il panorama dei personaggi verghiani, infatti, è costellato di amanti governati da irresistibili e pericolosi furori, da pulsioni inconfessabili e incontenibili. Figure malate di solitudine, avvinte dal senso di inadeguatezza, prodotti dell’indifferenza e della prepotenza. Figure come quella del pastore Jeli, protagonista dell’omonima novella, perdutamente innamorato di Mara – alla quale si aggrappa come simbolo della propria utopia di riscatto dopo anni di umiliazioni e sfruttamento – e autore di un efferato delitto. Durante una festa di paese, il perfido Don Alfonso, che a lungo aveva insidiato la giovane, viene infatti trafitto dalla furia di Jeli che, stanco delle continue dicerie a proposito della compagna e stremato dagli sforzi profusi sul lavoro e mai riconosciuti, si avventa sul rivale, reo di aver invitato Mara a ballare: «Mara si strinse nelle spalle, e se ne andò a ballare. Ella era rossa ed allegra cogli occhi neri che sembravano due stelle, e rideva che le si vedevano i denti bianchi, e tutto l’oro che aveva indosso le sbatteva e le scintillava sulle guancie e sul petto che pareva la Madonna tale e quale. Jeli s’era rizzato sulla vita, colla lunga forbice in pugno, e così bianco in viso, così bianco come aveva visto una volta suo padre il vaccajo, quando tremava di febbre accanto al fuoco, nel casolare. Tutt’a un tratto come vide che don Alfonso, colla bella barba ricciuta, e la giacchetta di velluto e la catenella d’oro sul panciotto, prese Mara per la mano per ballare, solo allora, come vide che la toccava, si slanciò su di lui, e gli tagliò la gola di un sol colpo, proprio come un capretto». Ma nel complesso immaginario, specie in quello relativo al cosiddetto periodo scapigliato, verghiano neppure i potenti sono immuni agli effetti distruttivi del mal d’amore. Non lo è certamente il marchese Alberto Alberti, protagonista di Eros (1875) avvezzo a qualche scappatella di troppo, che finisce per togliersi la vita a colpi di pistola successivamente alla morte dell’adorata moglie Adele, tormentato dai sensi di colpa per il dolore che le aveva inflitto in vita. Né, tantomeno, sembra sfuggire al suo folle destino il giovane e volenteroso Cesare Dorello, che in Il marito di Elena (1882) manifesta continuamente il proprio senso di inferiorità verso la moglie, figlia di un rispettato notabile cresciuta a suon di agiatezze e privilegi. L’atteggiamento sempre più sprezzante della moglie, che non nasconde le proprie avventure extraconiugali e non disdegna di rinfacciare al compagno l’incapacità di garantire alla coppia lo stile di vita da lei preteso, conduce Cesare tra le spire di una brutale decisione. Armato di pugnale, in una scena che ricorda sinistramente episodi appartenenti all’epica classica, si scaglia senza pietà sulla donna: «Elena! Ella si riscosse atterrita, cogli occhi stralunati. Ebbe paura, e balzò fuori del letto, colla voce soffocata in gola dal terrore. Egli continua a chiamarla, con uno strano accento di desiderio e d’amore: – Elena! Elena!… Ella cominciò a gridare, pazza di terrore, chiamando aiuto! – Ah! balbettò Cesare rabbrividendo sino alla radice dei capelli. – Ah! non mi ami più! non mi ami più! Non hai che paura!… Allora, afferrandola per il braccio, colla mano ferma, colpì disperatamente, una, due, tre volte».

Una continua stratificazione di colpe prende il sopravvento in queste pagine verghiane. E inchioda i suoi attori a una condanna perpetua. Una condanna autoinflitta, frutto di una cronica incapacità di sostenere la vita, di affrontare le sue pieghe più insidiose. Il ricorso alla violenza è il rifiuto di essa: l’annullamento programmatico di un insopportabile fardello. Il bisogno insoddisfatto di purezza. L’intero traviamento di una società e di un’umanità vinti dall’inabilità di accettarsi fragili.

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